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 2017  maggio 18 Giovedì calendario

Jasmine Trinca: Ho imparato a mettere la minigonna

La bicicletta, i jeans e lo spolverino sono quelli che ci si aspetterebbe da un’antidiva come lei. I capelli biondo platino effetto tinta fai-da-te con cui Jasmine Trinca si presenta all’appuntamento con Panorama in un bar di Testaccio, il popolare rione romano dove vive da sempre, invece, stridono con la sua conclamata sobrietà. «Non mi ero mai tinta i capelli, questi mi sono rimasti addosso dopo il film. A volte fatico a uscire dai miei personaggi».
La pellicola in questione è Fortunata, unico italiano al Festival di Cannes (in concorso nella stessa sezione Un certain regard c’è anche una coproduzione italo- francese, Dopo la guerra).Nel film, scritto da Margaret Mazzantini e diretto da Sergio Castellino, Trinca è una parrucchiera di Tor Pignattara, periferia capitolina cara a Pier Paolo Pasolini, che cresce da sola una figlia turbata dalla separazione dei genitori e, armata di phon, spazzole, minigonna, zeppe e capigliatura platino lavora senza sosta a domicilio, col grande sogno di emanciparsi da tutto e da tutti aprendo un salone da parrucchiera.
Il talento di Jasmine Trinca, che esordì quando era ancora al liceo ne La stanza del figlio di Nanni Moretti, ha recitato con Sean Penn e ha vinto una sfilza di premi, non è una novità. Ma questa Fortunata è una grande prova d’attrice con un personaggio che un po’ la imbarazza: «Perché vedo una donna del tutto diversa da me, all’esteriorità preferisco l’interiorità. Però in fondo mi piace: ora indosso perfino la minigonna, mai messa prima. Mi sono sempre vergognata delle mie gambe». 
Il direttore del Festival di Cannes Thierry Frémaux ha definito il film «una versione contemporanea di Mamma Roma, con Jasmine Trinca al posto di Anna Magnani». Più onorata o spaventata?
La Magnani è un gigante tale che io non la vedo neanche con il cannocchiale.Per crescere come donna e come attrice ovviamente ho visto tutti i suoi film, indipendentemente da questo ruolo. Certo nel film parlo romanesco anch’io...
L’ha imparato da ragazzina nel suo quartiere, vecchia Roma doc? 
No. Per mia mamma era importante che io parlassi senza inflessioni dialettali e per questo mi ha mandato a scuola fuori dal quartiere. Ma il romanesco in fondo è la mia lingua madre, non sono una donna sofisticata: era da qualche parte e sono andata a ripescarlo. Tra l’altro la mia Fortunata mi ricorda proprio mia madre (scomparsa nel 2012 ndr).
Perché?
Anche lei era una donna che affrontava le difficoltà della vita congrande determinazione. Mi ha cresciuta da sola facendo un po’ di tutto, ha anche lavorato al Manifesto, come dimafonista e archivista. Ci vuole coraggio ad affrontare la vita quando si hanno pochi appigli, e le donne spesso questo coraggio ce l’hanno. Da lei, un po’ figlia dei fiori degli anni Settanta, ho avuto una lezione di grande dignità. In quanto ad analogie tra finzione e realtà, la figlia di Fortunata nel film ha otto anni come la sua Elsa, e anche lei e suo padre vi siete lasciati.Con il papà di Elsa c’è un rapporto tra due persone che si vogliono bene. E questo nostra figlia lo sente, per fortuna, lo poi con lei sono una «dolciona» mi prendo tutta la morbidezza possibile. Lo faccio perché so che la crescita qualcosa ci toglierà. E anche con la bambina del film ho sentito sorprendentemente un legame profondo: mi inteneriva, mi commuoveva e mi stancava quasi come una figlia. Una sorta di transfert? Ecco, sì. Io ci vado a nozze con la psicanalisi, mi stendo sul lettino da dieci anni. «Se una sta libera, poi sta meglio» dice Fortunata. 
Come sta lei ora, da single?
Sto ritrovando una bella libertà interiore, quella che, un po’ per dinamiche familiari, un po’ per carattere, mi era mancata. 
Con lo psichiatra infantile del film Stefano Accorsi come si è trovata?
Avevamo lavorato già insieme (in La stanza del figlio e Romanzo criminale) ma in scene diverse. Qui l’intesa è stata grande. 
Ha girato scene di sesso con lui, e, prima, con Riccardo Scamarcio e Sean Penn. La più imbarazzante?
Ma per me le scene di sesso sono esperienze extracorporee e poi Castellitto ormai mi ci ha abituato. Mi imbarazza molto di più ballare, Sergio qui mi ha obbligato a un twist, e io sono terribile. Per lasciare andare il mio corpo ballando devo giusto essere posseduta dall’alcool. 
Restando in campo psicanalitico, Moretti e Castellitto li sente un po’ dei padri? 
Artisticamente sì. Sono persone di cui mi fido e per me non è semplice fidarmi. Con Nanni non ci sentiamo regolarmente, ma c’è un rapporto affettuoso.
A Cannes la prima volta è andata con lui nel 2001, quando la Stanza del figlio ha vinto la Palma d’oro, che ricordi ha? 
Non scorderò mai l’emozione di salire sul palco con tutto il cast. E le parole che mi disse poi Nanni: «Guarda che questa non è la vita reale». Nel senso: non andrà sempre così, il primo film vincente a 19 anni, il red carpet...
Nella vita reale, quando non ha impegni cosa fa?
Ciondolo. Ho fatto gli studi classici, sono una da otium latino. Mi piace osservare, ascoltare. Ha fatto l’università, archeologia... Rimpiango di averla lasciata a metà. Ma questa era la mia strada anche se «aspettare la chiamata» per un film è difficile per una fatta come me. Non è detto che prima o poi non mi dedichi anche ad altro. 
Cosa le piacerebbe fare?
Scrivere soggetti per il cinema, il creativo mi piace più dell’esecutivo.