CorrierEconomia, 22 maggio 2017
La mappa del tesoro? Vale 100 miliardi (e rende solo il 3%)
Ricco, variegato e non in perdita. Un po’ troppo misto, forse, e con imprese come la Studiare Sviluppo che ha la «mission», così la chiama il sito, di aiutare le amministrazioni locali a usare i fondi europei. O come l’Eur, nata nel 2000 sulle ceneri dell’Ente autonomo esposizione universale di Roma che possiede la Nuvola di Fuksas. Ma con marchi italiani storici che, volendo, si potrebbero valorizzare (l’Istituto Luce, il Poligrafico dello Stato) e star che possono piacere al mercato come le Ferrovie, la Cassa depositi e prestiti, l’Anas.
Vale oggi almeno 100 miliardi di euro il portafoglio di partecipazioni dello Stato italiano, secondo i calcoli per L’Economia di Stefano Caselli, prorettore dell’Università Bocconi. Quote del ministero dell’Economia in 31 aziende e società, quotate e non quotate, che generano per il Tesoro nel complesso un utile netto di 2,95 miliardi di euro, secondo gli ultimi dati di bilancio.
Poco? Sì, sul piano industriale o finanziario. Ma un 3% di rendimento (senza contare gli eventuali dividendi) può anche essere un risultato accettabile con i tassi a zero, o sottozero dei titoli di Stato e tenuto conto delle differenze. È chiaro che è nel forziere del Tesoro c’è chi guadagna e chi no, con storie molto diverse.
C’è dentro l’Eni che ha chiuso l’anno in perdita e ha patito le oscillazioni del petrolio e c’è Leonardo, l’ex Finmeccanica appena tornata al dividendo dopo anni. C’è la Consip (che pure guadagna) finita nella bufera per le gare d’appalto pubbliche e c’è l’Expo 2015 in liquidazione ancora impegnata a vendere attrezzature e padiglioni.
C’è l’ex Alitalia in amministrazione straordinaria che ovviamente non produce reddito (è la bad company, quella vecchia, di cui il Tesoro ha il 91%) e ci sono le criptiche Sose (Soluzioni per il sistema economico) e Sga (la Società per la gestione di attività, nel cui bilancio non compare l’utile), la bad bank del Banco di Napoli: nel pacchetto c’è tutto.
Così secondo le proiezioni CaselliBocconi rendono molto (sempre senza considerare extra dividendi) l’Enel e le Poste (circa l’8%: è il rapporto tra l’utile e il valore), Leonardo (6%) e il Poligrafico (5%), la Sogei che fa i controlli informatici sulla dichiarazione dei redditi (4%) e la poco nota Mefop che deve promuovere i fondi pensione (9%). Fa perdere invece molti quattrini allo Stato il Monte dei Paschi in ristrutturazione (-49%) dove il Tesoro ha il 4%.
In generale, comunque, è un portafoglio in equilibrio finanziario: 24 società su 31 hanno un utile netto sopra lo zero o guadagnano. Oltre metà del valore complessivo dei 100 miliardi è coperto dalle tre grandi non quotate Ferrovie, Cdp e Anas che rispettivamente possono valere 38, 29 e 2,9 miliardi. Sono cifre basate sul patrimonio netto, che nella finanza s’intende un livello di base e prudenziale. Queste aziende possono dunque essere cedute al mercato, se ripartono le privatizzazioni (parziali), anche per cifre maggiori.
I calcoli
Caselli ha valutato le partecipate di Stato – cioè ha dato loro «un prezzo» – con tre criteri: la capitalizzazione, per quelle quotate in Borsa; l’equity value, cioè il valore del capitale «a multipli» secondo i parametri di mercato, per sei aziende, cioè Rai, Sogei, Ram, Sogesid, Sogin e Sose (in particolare, il margine operativo lordo è stato moltiplicato per 7 volte e poi è stato sottratto l’indebitamento netto: 7 è un multiplo prudenziale, tenuto conto che le aziende italiane oggi sono comprate e vendute, nei settori tradizionali, a 7-9 volte); e il patrimonio netto per tutte le altre (vedi tabella), compresi colossi come Cdp e Ferrovie: valori prudenziali, questi ultimi, appunto.
Il debito pubblico
I 100 miliardi rendono l’idea di quanto pesi lo «Stato padrone» oggi sull’economia italiana, mentre il debito pubblico ha toccato il record storico dei 2.260 miliardi e le privatizzazioni per ridurlo (pur di poco) sono ancora un tema aperto: l’ultima è stata la quotazione dell’Enav nel luglio 2016, anno in cui l’incasso da cessioni di Stato si è fermato a 1,8 miliardi circa contro gli 8 miliardi previsti (allora, lo 0,5% del Pil).
Il ministro Pier Carlo Padoan in aprile ha ribadito che il piano di privatizzazioni per l’Italia c’è (solo per quote di minoranza) ed è nel Documento di economia e finanza.
In via XX Settembre si attende ora un decreto che probabilmente modificherà il perimetro delle cessioni (lo schema dello 0,5% del Pil, che in passato era 0,8%, non funziona evidentemente). Ma il sentiero è stretto. Una decina delle aziende in portafoglio al Tesoro (una su tre quindi) non sono cedibili perché in house, è come se fossero uffici distaccati della pubblica amministrazione, partecipati al 100%. Per altre società come la Rai (che rende poco più di zero) o le Poste, ma anche Fs, pesano ostacoli politici. E per aziende come Leonardo o il Poligrafico è la delicatezza del settore a frenare. Il Poligrafico per esempio è vendibile in linea di principio, ma produce anche le targhe delle auto o i bugiardini dei farmaci. E su Leonardo c’è un vincolo di legge a non scendere sotto il 30%.
Ferrovie resta la prima in lista, ma ancora nulla è certo: si sta valutando la fattibilità della newco «Frecce», con dentro tutti i treni a lunga percorrenza, che separata dal resto del gruppo potrebbe andare in Borsa per il 30%. Il processo dovrebbe essere concluso entro luglio, poi starà al governo dare l’ok. In ogni caso, si andrebbe al 2018.
È in corso invece il conferimento a Fs dell’Anas. Per ora, l’unico punto fermo visto che le altre ipotesi di dismissioni sono tutte da valutare.
La cessione dell’Enel a Cdp potrebbe far scattare il no dell’Antitrust visto che Cassa ha in pancia anche Terna (i tralicci della luce). Del 4% dell’Eni il Tesoro potrebbe liberarsi conferendolo a Cdp o vendendolo (vale 2,2 miliardi), ma perderebbe ricchi dividendi. Dei quali dovrebbe fare a meno anche se mettesse sul mercato una quota della stessa Cdp, comunque vendibile solo a soggetti limitati come le fondazioni bancarie o i fondi pensione. Altre idee: spostare il 29% di Poste a Cdp.
È fattibile, ma come: conferimento o vendita? Nel primo caso via XX Settembre non incassa e non riduce il debito pubblico, nel secondo Cdp dovrebbe pagare (circa due miliardi e mezzo). Anche di Stmicroelectronics si parlò di un trasferimento a Cassa ma per ora tutto è fermo.