Libero, 22 maggio 2017
Oltre due milioni già fuggiti per la crisi
Nel 2006, prima dello scoppio della crisi, gli iscritti all’Aire, ovvero l’anagrafe degli italiani residenti all’estero, erano poco più di 3 milioni. Dieci anni dopo, alla fine del 2016, la cifra era salita a oltre 4,8 milioni di unità. Di questo passo, calcolando che l’anno scorso le iscrizioni all’anagrafe erano 174.516, alla fine del 2017 verrà sfiorata, se non superato il tetto dei 5 milioni di italiani oltre confine, con una crescita del 55% circa. Ecco, in cifre, la fotografia di un fenomeno in costante accelerazione, che coinvolge soprattutto i giovani ma non solo, compresa la grande fuga delle «volpi grigie» alla ricerca di un fisco meno esoso per vivere con dignità.
È un tema abbondantemente esplorato in questi anni ma che si arricchisce a grande velocità di nuovi capitoli, sia che si parli delle colonie di pensionati che stanno crescendo a vista d’occhio in Portogallo o in Bulgaria, oltre che nelle solite Canarie, piuttosto che del disagio dei più giovani in quel di Londra, all’affannosa caccia di documenti per evitare brutte sorprese quando prenderà corpo la Brexit. Il flusso delle uscite, infatti, non si arresta, nonostante la ripresa economica di cui parlano sia l’Eurostat che Mario Draghi. A differenza dei segnali che arrivano dalla Spagna, dove la disoccupazione resta oltre il 20 per cento ma si è arretrato il flusso delle partenze verso Monaco o Berlino.
Inoltre i numeri delle statistiche, pur impressionanti, sono probabilmente sottostimati. È il sospetto che si ricava mettendo a confronto i dati Istat con quelli di alcuni istituti statistici stranieri. Gli esempi più clamorosi riguardano i dati degli ingressi per lavoro registrati dalla Germania e dalla Gran Bretagna, le maggiori mete dell’emigrazione in Europa. I dati forniti dallo Statistisches Bundesamt di Wiesbaden, ci dicono che gli ingressi registrati ad esempio in Germania, risultano in tutto il quinquennio, sempre tra le 3 e le 4 volte superiori al dato Istat; nel 2014, circa 5 volte in più. Per quanto riguarda la Gran Bretagna, dal marzo del 2014 al marzo del 2015, secondo l’ONS inglese, ad esempio, vi si sono stabiliti 57.600 italiani, con un aumento del 37% rispetto all’anno precedente, quando erano stati 42.000. Se ne ricava che la somma dei soli arrivi in Germania e Gran Bretagna supera in un anno campione (il 2015) di 28.000 il dato delle cancellazioni di residenza per tutti i paesi del mondo, registrato dall’Istat (101.297). Il fenomeno, che si spiega con il fatto che solo una minoranza di chi si reca all’estero si regista all’Aire.
Ma chi sono e dove vanno gli italiani che si trasferiscono all’estero? Le statistiche ci dicono che nella maggior parte dei casi (il 51,6%) si tratta di giovani tra i 18 e i 39 anni, che si trovano, quindi, tra la fase conclusiva della formazione e l’età dell’inserimento e della stabilizzazione lavorativa. Gli uomini (57,6%) prevalgono sulle donne e il 30,6% è in possesso di una laurea. L’identikit degli under 35 in uscita dal Bel Paese tracciato dalla Fondazione Migrantes perciò sembra in netto contrasto con l’immagine tradizionale dell’emigrante del passato: il fenomeno riguarda giovani scolarizzati, speso in arrivo dalle aree forti del Paese. Forse per questo motivo l’esodo non ha suscitato un particolare allarme. Senza cadere nella pietosa gaffe del ministro del Lavoro Giuliano Poletti («alcuni è meglio non averli più tra i piedi», si era lasciato sfuggire prima di correggersi e chiedere scusa), l’opinione diffusa è che un’esperienza all’estero non possa far che bene: oltre due italiani su tre (il 71,7%), interrogati sull’opportunità che i nostri giovani si trasferiscano oltre confine, rispondono che è un bene farlo, almeno per un periodo (36,1%).
Un’opinione da condividere solo in parte. Non sempre, infatti, la scelta di emigrare coincide con l’occasione di un lavoro adeguato ai propri studi o alle proprie aspirazioni. Non è poi così piccola la schiera dei diplomati che all’estero vanno a fare i muratori, i baristi, i lavapiatti. Insomma, non si parte solo per realizzare il proprio curriculum, ma per necessità. Difficile non condividere il giudizio del rapporto della Fondazione Migrantes: «La mobilità è una risorsa ma diventa dannosa se è a senso unico, quando cioè è una emorragia di talento e competenza da un unico posto e non è corrisposta da una forza di attrazione che spinge al rientro». È uno spreco miliardario, se si pensa alle risorse spese per l’istruzione, ma anche una grave ipoteca sul futuro.
Per giunta, alla fuga dei giovani si accompagna anche la fuga dei nonni. Che si scelga il Portogallo o le Canarie, la Bulgaria o la Tunisia, la Polonia, l’Ucraina o la Romania, o mete più esotiche, dalla Thailandia al Costarica sono ormai più di mezzo milione i pensionati che hanno deciso di godersi la pensione (al lordo delle ritenute fiscali italiane) lontano dal Bel Paese. Il numero delle pensioni liquidate in un anno è passato da 494mila del 2003 a 286mila del 2015 (ma solo per via delle riforme che hanno aumentato l’età media per la pensione da 59,7 anni del 2003 ai 62,7 del 2015). Cifre che obbligano l’Inps ad erogare all’estero trattamenti pensionistici per oltre 1 miliardo di euro all’anno. Secondo i dati Inps risultano in aumento i pagamenti in Spagna (più 22 per cento) ma anche nell’Est Europa, con un vero boom per Romania (152,8) e Bulgaria (223,6). Un fenomeno che ha spinto Tito Boeri, a invitare l’Italia a riflettere «sulla possibilità di non pagare ai pensionati residenti all’estero la parte non contributiva delle loro prestazioni». Nel frattempo si studia la possibilità di introdurre agevolazioni per richiamare nella Penisola i pensionati ricchi di altri Paesi. Ma forse sarebbe più semplice ridurre la spremitura fiscale che spinge i pensionati a cercare posti dove possono concedersi almeno una pizza.