Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  maggio 21 Domenica calendario

Ma se cercate i soldi di Mosca venite in Italia

Il nocciolo di quello che è stato battezzato dalla vulgata mediatica dominante come «Russiagate» fa capo alle presunte cyber-intrusioni nelle elezioni presidenziali americane del 2016 per volontà diretta del Cremlino, i cui hackers sarebbero penetrati nel server del Comitato Nazionale dei Democratici per impossessarsi di una serie di mail scambiate fra il capo della campagna elettorale democratica, John Podesta, e Hillary Clinton, mail peraltro autentiche, per consegnarle a Wikileaks rivelando contenuti imbarazzanti per l’ex Segretario di Stato. Un’operazione tesa a favorire il candidato repubblicano Donald Trump dichiaratosi più disponibile al dialogo con la Russia. 
Secondo Michael Morell, ex dirigente di primo piano della Cia e ritenuto unanimemente uomo vicino ai Clinton, sui rapporti fra Trump e i russi c’è molto fumo e poco arrosto. L’uomo che probabilmente Hillary Clinton avrebbe scelto come direttore della Central Intelligence Agency se fosse stata eletta presidente, ha testualmente dichiarato: «Sulla questione della campagna di Trump che cospira con i russi c’è fumo, ma non c’è alcun fuoco. Non c’è piccolo fuoco, non c’è una piccola candela, non c’è scintilla. E ce ne sono molte persone che lo cercano». 
Il vero tema di quello che i media hanno proclamato essere il «Russiagate» è capire quanto ci sia di realtà e quanto, invece, ci sia di spacconeria, di parole in libertà, di banali esternazioni. In altre parole se ci sia stata davvero un’attività di «collaborazione» con una potenza antagonista, soprattutto tesa a influenzare il processo democratico e costituzionale americano, oppure ci si muove in un ambito di eccessi di simpatie verso la Russia di Putin, esternate in maniera impropria secondo il lessico diplomatico. Questa è la vera questione, in punta di fatto e di diritto. 
Negli Stati Uniti alcuni comportamenti vengono valutati diversamente che in Europa, lì storicamente gli atteggiamenti, anche quelli di semplice e generica condivisione verbale nei confronti del «nemico» non sono ammessi. Negli anni Cinquanta del Novecento, nella fase più acuta della Guerra Fredda, il senatore del Wisconsin Joseph McCarthy perseguì decine di uomini pubblici, intellettuali, scienziati, accademici, solo perché questi si erano limitati a esternare posizioni genericamente disponibili verso l’Urss o semplicemente ad auspicare dialogo e pace. Gli eccessi del maccartismo (il cognome del senatore dette luogo addirittura a una locuzione, oggi in uso in tutta la storiografia) sono stati riconosciuti e condannati dalla storia ma resta ancora oggi una profonda diversità nel valutare comportamenti rispetto al «nemico», anche solo esteriori. 
Per decenni in Italia, il secondo più grande partito politico, il Partito Comunista, ha ricevuto finanziamenti, come ammesso dai suoi stessi esponenti, da una potenza straniera, contrapposta alla Repubblica italiana in un sistema di alleanze. L’Urss era la nazione  capofila del Patto di Varsavia, l’Italia era ed è membro dell’Alleanza Atlantica. Gianni Cervetti, uno dei più alti esponenti del Pci, autore del saggio «L’oro di Mosca» parla di complessivi 5 milioni di dollari. 
Ma secondo l’ex direttore della Cia, William Colby, la cifra affluita dall’Urss ai comunisti italiani, a partire dal dopoguerra, si aggirerebbe sui 50 milioni di dollari annui. All’indomani del crollo dell’Urss a Roma giunse anche un dossier del procuratore generale della federazione russa, Valentin Stepankov, e contenente le copie delle ricevute contabili firmate da amministratori del Pci. In astratto, all’interno del Codice Penale italiano c’erano molte fattispecie normative a cui erano riconducibili questi comportamenti ma le inchieste, solo accennate, non hanno avuto seguito. 
I finanziamenti sovietici al Pci, del resto, trovavano corrispettivo in quelli erogati dagli Stati Uniti, attraverso la Cia, ai partiti filoccidentali, prima fra tutti la Democrazia Cristiana. 
La storia ci insegna come nel gioco geopolitico sia costante una certa propensione a ingerire in affari interni altrui per favorire i propri interessi. La democraticissima Francia finanziò la nascita del Popolo d’Italia, il quotidiano di Mussolini che favorì le posizioni interventiste a dispetto della maggioranza che non voleva la guerra. 
Durante la Guerra Fredda tanto gli americani quanto i sovietici dedicarono enormi sforzi a sostenere programmi e apparati, anche con grande dispendio di risorse finanziarie, che avevano come unico obiettivo quello dell’azione all’interno di altri Stati sovrani. Si andava dal sostegno a leader politici, partiti, organi d’informazione, sindacati, ad azioni più sporche, di vero e proprio spionaggio. 
Nel 2015 è emerso che National Security Agency (Nsa) ha intercettato sistematicamente i telefoni di vari cancellieri tedeschi, da Helmut Kohl, a Gerhard Schroeder, fino ad Angela Merkel, ascoltata addirittura al suo telefono cellulare personale. La rivelazione da parte di Wikileaks di queste attività fu motivo di grande imbarazzo per l’amministrazione Obama perché la Germania è uno degli alleati migliori degli Stati Uniti e la cancelliera uno dei leader più vicini all’allora presidente. 
Se guardiamo oltre la palese ostilità del mainstream nei confronti di Trump, e oltre le altrettanto evidenti carenze di galateo istituzionale da parte del presidente, al momento c’è ancora poco arrosto. 
Le inchieste andranno avanti, perché in Usa quando la macchina della giustizia si mette in moto non si ferma. Vedremo come evolveranno.