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 2017  maggio 21 Domenica calendario

Giuseppe Pinelli: ecco l’articolo dell’Espresso che diede inizio al linciaggio

Di seguito, pubblichiamo l’articolo di Camilla Cederna apparso su L’Espresso il 13 giugno 1971, al termine del quale compare la lettera aperta in cui, chiedendo la destituzione di alcuni funzionari ritenuti artefici di gravi omissioni e negligenze nelle indagini, si indica il commissario Luigi Calabresi come responsabile della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato da una finestra mentre era in stato di fermo presso la questura di Milano il 15 dicembre 1969. 

Contro ogni previsione il 7 giugno è stata emessa l’ordinanza con cui la corte d’appello accetta la richiesta di ricusazione di Carlo Biotti che da otto mesi presiedeva il collegio giudicante nel processo “Calabresi-Lotta continua”. La richiesta di ricusazione era stata presentata il 29 aprile dal legale di Calabresi, avvocato Lener; l’ordinanza che l’accetta è un documento di 25 pagine, che l’intero palazzo di giustizia non esita a definire allucinante. 
E qui ricordiamo brevemente l’antefatto, ecco un anno fa il commissario Calabresi costretto a querelare per diffamazione il professor Pio Baldelli allora direttore del giornale “Lotta Continua”, in seguito ad una ostinata serie di articoli e vignette in cui lo si accusava di essere responsabile diretto o indiretto della morte di Pinelli, volato giù dalla finestra della Questura nella notte fra il 15 e il 16 dicembre 1969; ecco che il primo a ricusare qualcuno è proprio il cauto giudice Biotti. È stato lui infatti ad allontanare dal collegio giudicante il troppo aperto e democratico dottor Domenico Pulitanò. 
Il processo comincia e si snoda regolarmente; alle volte il giudice Biotti sembra andare incontro suggerendogli le parole e per salvarli in extremis, ai poliziotti che si contraddicono, si astraggono, mentono e si confondono; qualche rara volta pare invece che perda un briciolo della sua bonarietà, (vedi l’interrogatorio di Panessa: «Ma si può sapere perché si mette a ridere ogni volta che si parla della finestra?» e vedi sopralluogo in Questura: «Cristo, non credevo che fosse così piccola», e allude alla stanza dell’interrogatorio che nella pianta diffusa dalla Questura, a causa delle proporzioni falsate, sembrava assai più spaziosa). 
Comunque all’ultima richiesta degli avvocati Lener e Guidetti Serra (ed è passato un anno e mezzo da quel tragico 15 dicembre), la prima sezione del tribunale risponde che si faccia pure la perizia medicolegale «per stabilire in modo incontrovertibile e definitivo come è morto l’anarchico Pinelli», insomma si riapra la tomba e subisca un pubblico controllo la tesi del suicidio imposta oltre che dalla questura, anche dalla Procura generale, dalla Procura della Repubblica e dal ministero dell’Interno. 
Decisione che manda l’avvocato Lener su tutte le furie, al punto che per due volte chiede al tribunale di revocare l’ordinanza, e prima ancora che venga messa in discussione la sua seconda istanza, il 20 aprile ricorre all’arma della ricusazione, gettando ombre sull’onestà e sull’equilibrio del giudice Biotti, amico suo da quarant’anni, col quale ha fatto un’infinità di processi per diffamazione a mezzo stampa. 
Finalmente ora sono venute a galla le ragioni che hanno spinto Lener a un gesto così clamoroso e la Corte d’appello ad accettarle. Nel documento è scritto infatti che in un colloquio chiestogli il 21 novembre del 1970, Biotti prima gli avrebbe parlato dei suoi vari guai carrieristici e della pratica in corso per la sua promozione, quindi gli avrebbe rivelato le pressioni a cui veniva sottoposto perché la causa si risolvesse in favore di Baldelli, infine gli avrebbe anche confidato che «tanto lui che gli altri due giudici erano convinti che il famoso colpo di karatè fosse stato inferto al Pinelli e gli avesse leso il bulbo spinale». La sua era insomma già una sentenza e un’implicita condanna; proprio per questa convinzione Biotti aveva aggiunto che sarebbe arrivato a ordinare finalmente una nuova perizia. 
Al corrente di tutto ciò, Lener sta zitto per ben cinque mesi di processo, ma quando Biotti permette che la perizia sia fatta, quindi venga riesumata la salma, lo ricusa. E l’ordinanza incredibilmente gli dà ragione, in quanto non ricusandolo prima, nel corso del processo Biotti avrebbe anche potuto cambiare idea. 
Da tutto ciò cosa viene dimostrato? 1. Che l’accusa di assassinio avanzata dalla difesa non era poi tanto avventata se vien perfino confermata da tre giudici, presidente compreso. 2. Che Lener tiene nascosta la sua bomba per cinque mesi perché spera in questo frattempo di poter far pressioni sul giudice. 3. Che quando si accorge di aver perso la partita pur di non accettare la perizia, fa saltare il tribunale. 4. Che l’opinione pubblica a questo punto può fare tutte le ipotesi che vuole, anche le più azzardate, dato che questo sorprendente meccanismo è scattato perché non si è aperta una tomba; chissà che il genere di fratture ancora riscontrabile alla base del collo non denunci chiaramente la crudele percossa, o, estrema congettura, che una volta scoperchiata, la tomba non possa che rivelarsi vuota. 
Anche questa volta (come nel falloso e quasi comico verbale di archiviazione del caso Pinelli, come in quegli altri mutili e traballanti documenti che son tanto la richiesta di archiviazione della querela per diffamazione contro il Questore Guida quanto la richiesta della sua soluzione) si tratta dunque di un fasciolo assai più che sconcertante, un seguito di meschine confidenze, di tremori, pressioni (di cui però qui dentro non vien data prova), di anticipazioni, ritrattazioni e aperte minacce, che dà una ben malinconica idea della giustizia e degli uomini di legge italiani, il tutto rivolto una volta in più ad insabbiare, ricoprire di nuove ombre la fine di Pinelli, dilazionare all’infinito il momento della verità. (Se entro tre giorni Biotti non ricorre in Cassazione, non presiederà più il processo e il primo presidente Mauro Usai dovrà decidere i nuovi conciliantissimi giudici). 
LA LETTERA APERTA 
Appena resa nota la notizia di questo incredibile colpo di scena nel processo “CalabresiLotta continua” un gruppo di uomini di cultura ha reso nota la seguente lettera: 
Il processo che doveva far luce sulla morte di Giuseppe Pinelli si è arrestato davanti alla barra del ferroviere ucciso senza colpa. Chi porta la responsabilità della sua fine, Luigi Calabresi, ha trovato nella legge la possibilità di recusare il suo giudice. Chi doveva celebrare il giudizio, Carlo Biotti, lo ha inquinato con i meschini calcoli di un carrierismo senile. Chi aveva indossato la toga del patrocini legale, Michele Lener, vi ha nascosto le trame di una odiosa coercizione. 
Oggi come ieri quando denunciamo apertamente l’arbitrio calunnioso di un questore Michele Guida, e l’indegna copertura concessagli dalla Procura della Repubblica, nelle persone di Giovanni Caizzi e Carlo Amati il nostro sdegno è di chi sente spegnersi la fiducia in una giustizia che non è più tale quando non può riconoscersi in essa la coscienza dei cittadini. Per questo, per non rinunciare a tale fiducia senza la quale morrebbe ogni possibilità di convivenza civile, noi formuliamo a nostra volta un atto di ricusazione. 
Una ricusazione di coscienza che non ha minor legittimità di quella di diritto rivolta ai commissari torturatori, ai magistrati persecutori, ai giudici indegni. Noi chiediamo l’allontanamento dai loro uffici di coloro che abbiano nominato, in quanto ricusiamo di riconoscere in loro qualsiasi rappresentanza della legge, dello Stato, dei cittadini. 
Marino Berengo, Anna Maria Brizio, Elvio Facchinelli, Lucio Gambi, Giulio A. Maccacaro, Cesare Musatti, Enzo Paci, Carlo Salinari, Vladimiro Scatturin, Mario Spinella. 
La lettera è aperta alla pubblica sottoscrizione.