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 2017  maggio 20 Sabato calendario

L’italiana nello staff del presidente

Forse facciamo fatica ad immaginercelo. Lui, Donald Trump, col capello biondo tinto, lo sguardo sicuro e un po’ strafottente, che rimane nell’angolo di una stanza, silenzioso, quasi dietro le quinte. Invece di urlare alla folla o ai microfoni. «Ma questa è stata la vera campagna elettorale del Presidente degli Stati Uniti. Ascoltare la gente è il suo punto forte». Lo racconta Paola Tommasi, economista bocconiana, collaboratrice di Renato Brunetta al gruppo Forza Italia della Camera dei Deputati. Lei il tycoon l’ha conosciuto davvero e ha fatto parte del suo staff durante la campagna elettorale. 
«Il più grande fraintedimento della storia». Così descrive le elezioni presidenziali del 2016 nel suo libro Attaccateve al Trump, presentato ieri a Milano, insieme a Vittorio Feltri, direttore del nostro quotidiano, Maria Stella Gelmini, vice Presidente vicario di Forza Italia alla Camera dei Deputati, Luigi Casero, vice Ministro dell’Economia e delle Finanze e Alessandra Ghisleri, sondaggista e direttrice di Euromedia Research. 
«Nessuno ha voluto capire il fenomeno Trump. Tutti, convinti, che la Clinton sarebbe stata eletta, perché donna». Ma Paola Tommasi, che aveva capito come sarebbero andate le cose, è corsa là, negli Usa, per non perdersi il momento. «È iniziato tutto con una banale e-mail, che ho inviato su Linkedin. E sono stata chiamata». 
La campagna di Trump è stata tutt’altro da come si era immaginata, da come molti di noi ancora forse immaginiamo. «Il primo incontro di campagna elettorale a cui ho assistito era in un paesino, vicino a Sacramento. C’erano quattro anime. L’ufficio elettorale era in un posto sperduto». Un Donald Trump che non ci aspettiamo. Che sceglie di parlare «a tu per tu» con le persone e che si
mette a loro disposizione, ascoltandole, in quelle salette di pochi metri, nei paesini dai nomi poco noti degli Stati Uniti. In quelle stanze si è svolto il grosso della sua propaganda. E mentre il tycoon stava in mezzo alla gente, mentre incontrava gruppi di venti, trenta persone alla volta, la Clinton, che si sentiva già presidente in pectore, «studiava e partecipava alle cene di finanziamento». Eppure in pochi hanno previsto come sarebbe andata a finire. Forse perché Donald era troppo fuori dalle righe. Lui, che «ha abbandonato il concetto di politcamente corretto, che in campo fiscale ha ribalto i concetti più tradizionali», come ieri alla presentazione del libro ha sottolineato 
Luigi Casero, «puntando sull’abbassamento delle tasse alle imprese americane». Un messaggio chiaro e lineare, che il popolo americano ha capito, senza troppa fatica. «Era l’unica cosa sensata da proporre», ha spiegato Vittorio Feltri, «con un linguaggio semplice e concreto ha rotto gli schemi di una politica noiosa». Lo sguardo in America, però, non può che spingerci al confronto con l’Italia, «dove di leader come Trump oggi non ce ne sono», ammette Alessandra Ghisleri, «e costruirli a tavolino non si può». D’altronde «basta guardare alla marcia pro immigrati organizzata a Milano oggi-, per capire che qui la classe politica non sa parlare alla gente», aggiunge la Gelmini.