Il Messaggero, 21 maggio 2017
Leo Longanesi, lo scrittore che rifiutò il moralismo
Leo Longanesi, che di italiani di genio, ancorché sbruffoni, se ne intendeva, di lui disse: Al matrimonio vuol essere la sposa, al funerale il morto. Definizione che piacque molto a Indro Montanelli, il quale non mancò di ripeterla ogniqualvolta di mezzo c’era lui, Curzio Malaparte. Del resto, non si sarebbe potuto sintetizzare meglio lo smisurato ego del suo amico/rivale, quell’irrinunciabile mettere in evidenza se stesso, qualunque cosa raccontasse. Nello scrivere di una donna, il titolo non poteva che essere Donna come me, così come Cane come me, se gli capitava di scrivere di un cane, e casa come me, se si trattava di una casa (la spettacolare sua villa di Capri, nello specifico).
Nato a Prato da padre tedesco (Suckert il vero cognome) e madre lombarda, Curzio (Kurt Erich il vero nome), volle essere toscano, ma di una Toscana tutta sua, al punto da poterla definire Toscana come me. Questo titolo nella sua vasta produzione non c’è, ma in Maledetti toscani è talmente sottinteso che si dà per scontato. Questo gustoso volumetto del 1956 viene ora riproposto da Adelphi (pagine 220, euro 13), che ha in corso di pubblicazione l’intera opera di Malaparte.
In gran parte nato da alcuni elzeviri che nel 1949 lo scrittore aveva pubblicato su La Stampa di Torino, Maledetti toscani vuol essere uno scanzonato e purtuttavia veritiero ritratto non soltanto della Toscana, ma dell’Italia tutta. Ne è prova il primo dei diciotto capitoletti, dal titolo E maggior fortuna sarebbe, se in Italia ci fossero più toscani e meno italiani. La Toscana come emblema di una nazione, come suo carattere e sua voce, eloquente frutto di una realtà strapaesana cui Mino Maccari e Malaparte, per l’appunto, furono i cantori (e forse anche gli ideatori).
L’INVENTIVADifficile, in questo libro, tracciare un confine tra l’autore e il personaggio che vi sta davanti e dietro. Questo rende la lettura più saporita e stuzzicante. Notevole l’abilità dello scrittore di mettere insieme pezzi nati staccati l’uno dall’altro per farne un unico racconto. E qui entra in ballo l’inarrestabile inventiva di Malaparte, quel suo smaccato mettere in mostra qualsivoglia emozione, intuizione, deduzione, vere o presunte. Tiene avvinti la sbrigliata e indomita vena narrativa, anche perché, come già detto, molto di ciò che Malaparte scrive si potrebbe riferire agli italiani di ogni parte d’Italia. A me siciliano, per esempio, è sembrato di leggere della Sicilia e dei siciliani nella pagina in cui lo scrittore parla dell’arrivo degli angloamericani in Toscana, nella seconda guerra mondiale: «Quando gli alleati entrarono in Toscana le cose cambiarono. Dentro gli occhi della gente c’era qualcosa che non c’era negli occhi degli altri italiani: un’ironia, un disprezzo, una crudeltà beffarda che li mettevano in sospetto, li umiliavano, li facevano arrossire. I toscani non si accontentavano di guardarli: li giudicavano. Dicevano: poerini!. Non è, come si potrebbe credere, che dicendo poerini! li volessero pigliare per il sedere, o avessero compassione di loro. I toscani non hanno compassione di nessuno. In quel poerini! c’era tutta la pietà cristiana di cui siano capaci i toscani: una pietà da guardarsene, più micidiale delle pistole corte». Ecco, per me, siciliano, basta mutare quel poerini in mischini e tutto coincide.
Malaparte adesso, trascorsi gli anni della resa dei conti con il passato, si può dire è stato un grande scrittore e un grandissimo giornalista. Un antitaliano degno di questa definizione, se essa vuol significare il troppo amore per la propria patria. Un arcitaliano che nel 1949 affidava a un arguto epigramma la sua visione dell’Italia, rimasta immutata negli anni: «La Repubblica, ahimè, sta molto male: / ha già chiamato il prete al capezzale. / Or ch’è in punto di morte, al Padreterno / l’anima affida e sol nel Papa spera. / E credi che se muore andrà all’inferno? / Credo che se non muore andrà in galera».
Non si può certo definire un moralista, Malaparte, che anzi fu un discusso e discutibile osservatore dell’etica pubblicistica, ma un grande ritrattista dell’Italia e degli italiani, sì. Un impietoso antitaliano, appunto: «O poveri italiani che siete schiavi non soltanto di chi vi comanda, ma di chi vi serve, e di voi stessi; che non perdete occasione alcuna di atteggiarvi a eroi e a martiri della libertà, e piegate docilmente il collo alla boria, alla prepotenza, alla vigliaccheria dei vostri mille padroni: imparate dunque dai toscani a ridere in faccia a tutti coloro che vi offendono e vi opprimono, a umiliarli con l’arguzia, il garbato disprezzo, la sfacciataggine allegra e aperta».
Geniale osservatore, Malaparte. Non par di vedere incedere Matteo Renzi, in questa descrizione della camminata dei toscani? Giudicate voi: «Guardate come un toscano cammina. Cammina a testa ritta, col petto in fuori e le mele strette. Tira dritto guardando fisso davanti a sé, con quel risolino sulle labbra che par dipinto, tanto par vero».