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 2017  maggio 21 Domenica calendario

Kim Rossi Stuart: «Sono stato veramente un ragazzo selvaggio»

I simpatici gli stanno antipatici e i comici lo rendono triste: «Magari a volte sono involontariamente buffo, ma non è che sia mai stato un vero e proprio emblema di simpatia. Le posso dire la verità? Verso i campioni di socievolezza o nei confronti di chi deve farti ridere a tutti i costi ho sempre provato diffidenza. Mi insospettiscono. Recitare, soprattutto nella vita, mi sembra una fatica bestiale». Questa intervista si svolge in due tempi. Nel primo, una domenica immersa nel silenzio di una mattina ancora giovane, Kim Rossi Stuart, reduce da un febbrone, siede in una stanza luminosa, ha la voce roca e vorrebbe divagare più che essere interrogato. Nel secondo, sette giorni più tardi, cammina per la casbah del centro storico indifferente al concerto di clacson, nevrosi e ordinaria follia. Ascoltarlo restituisce in entrambi i casi la stessa musica severa e sofferta sia che argomenti lentamente, guardando altrove e concedendosi lunghe pause, sia che parli senza quasi prender fiato: «So benissimo perché ho iniziato a fare l’attore, ma perché abbia continuato a fare poi questo mestiere, sperimentandomi anche come regista, fino in fondo non lo so». 
Come non lo sa? 
«Potrebbe essere stato per debolezza, perché sono immerso in un meccanismo o semplicemente perché fin da piccolo sono stato quello che doveva saper fare le cose, superare le prove, non farsela sotto davanti alla macchina da presa o dimostrare che valeva di più delle copertine di Cioè. Oppure potrebbe dipendere da altro». 
Da che cosa? 
«Da un’altra possibilità che rappresenta la mia più grande speranza, che io sia un attore perché recitare è la strada che dovevo percorrere per provare a creare qualcosa di positivo. È difficile capire quali delle due ipotesi abbia indirizzato veramente la scelta». 
Lei ha 47 anni, non dovrebbe saperlo? 
«Invece ancora me lo domando. Tra un film e un altro prendo intervalli lunghi, anche di anni, ma con il set ho un rapporto controverso». 
Ce lo racconta? 
«Roma è tutta un set. Passare in macchina sul Lungotevere e osservare i camion, le sarte che portano i vestiti o i truccatori con le valigette è quasi la normalità. Quando ne vedo uno di solito cambio strada. Mi assale una specie di rifiuto, di angoscia, di disagio, di mamma mia fammi allontanare subito». 
E si allontana? 
«Mi allontano eccome. È la stessa sensazione di estraneità che mi prende anche nelle prime settimane di un nuovo lavoro. Mi dico: «Cazzo, e adesso come ne esci?. Poi mi calmo, mi rassereno, inizio a stringere rapporti umani, le cose vanno meglio». 
Suo padre faceva l’attore. A cinque anni, sul set di Fatti di genteperbene di Bolognini, la si vede assonnato su un vagone accanto a Catherine Deneuve. 
«Ci sono cose che mi ricordo in ogni minimo dettaglio, in maniera così circostanziata da averle davanti agli occhi. Freudianamente è facile ricostruire perché non me la sia dimenticata: bella, non particolarmente accogliente o affettuosa, abbastanza divina». 
Che altro ricorda di quel set? 
«I cioccolatini che Bolognini mi regalava per convincermi a recitare, ero finito in una scena quasi per caso e li avevo involontariamente costretti a dare continuità al mio personaggio». 
Suo padre girò decine di film. 
«Non tutti straordinari. Alcuni li ho visti, altri no. Certi erano interessanti e altri solamente brutti. Mio padre era un idealista, un uomo che non aveva nessun senso del denaro e dopo qualche delusione professionale scelse di ritirarsi in campagna tra cani investiti da soccorrere e curare o cavalli allo stato brado. Perché in fondo preferiva gli animali agli esseri umani e lo stato brado non gli dispiaceva. Era un contesto selvaggio, quello. Un posto in cui ho imparato cosa volesse dire autonomia». 
Lei suo padre lo capiva? 
«Più adesso di allora. L’ho amato molto anche nei contrasti, come si ama quando si ama davvero». 
L’autonomia cosa voleva dire? 
«Per un ragazzo che stava tra Campagnano e Mazzano e vicino a casa sua aveva i vecchi stabilimenti cinematografici dei western all’italiana, quelli di Monte Gelato, voleva dire il mondo civilizzato. Vedevo Roma come una meta irraggiungibile e dovevo trovare un modo per raggiungere la città. Ci andavo in motorino o in autostop. Partite di pallone, turni di piscina, lezioni di teatro. Andate e ritorni abbastanza scriteriati, avventurosi». 
Selvaggio il contesto, selvaggio lei? 
«Molti anni dopo il nostro fidanzamento da tredicenni, intervistarono la mia ex ragazza nel frattempo diventata celebre. Le chiesero come fossi all’epoca e lei rispose proprio così: Kim era selvatico». 
E cos’è rimasto del ragazzo selvaggio di ieri? 
«Tutta la memoria di un bagaglio di follie che mi sembra meno folle del mondo proteso all’affermazione di sé, all’approvazione, all’essere accettati o riconosciuti a ogni costo come valori fondamentali dell’esistenza». 
È strano sentirlo dire da un attore. 
«Che io abbia scelto di fare questo mestiere o che questo mestiere mi si sia stranamente attaccato alle calcagna, non mi impedisce di ragionare e di vedere che in una società che mitizza ciò che non dovrebbe essere mitizzato, l’attore ha una sorta di aura immeritata».
Non le piace la società in cui abita? 
«Puoi decidere di starci o di allontanarti e metterti ai margini, ma no, non mi piace e un po’ mi turba. Contribuire al male oggi è molto semplice, ma per fare del bene non si riesce a trovare un buco che sia uno». 
Il bene e il male sono i due poli di Maltese, la fiction di Rai 1 che lei ha appena interpretato con successo. 
«Sono molto interessato al concetto del bene e del male, anche perché il commissario che ho incarnato, con quella fissazione di definire dove sia il giusto e cosa sia la verità, mi ha fornito le motivazioni adatte. Guardie e ladri, poliziotti e mafiosi. Un quadro nitido». 
Ha mai avuto amici poliziotti? Si è chiesto come vivano, cosa pensino, che sogni abbiano prima di vestire i panni di Dario Maltese? 
«La migliore amica di una mia antica fidanzata sarda era una poliziotta sposata con un altro poliziotto. Gente splendida, semplice, con il disprezzo per le sovrastrutture concettuali che detesto anche io, nella vita e nel cinema, e l’impagabile pregio della chiarezza».