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 2017  maggio 21 Domenica calendario

Michieletto: «Amo la lirica senza barriere»

«La strada verso le regie d’opera me l’hanno indicata i bambini. Sono privi di filtri intellettuali e giudicano soltanto in base all’impatto narrativo ed emotivo. Loro no, non hanno preconcetti». Damiano Michieletto, prima di arrivare ai palcoscenici lirici di tutto il mondo, ha lavorato molto sul pubblico del futuro, cercando ad avvicinare piccoli spettatori alla magia del teatro musicale. Poi, prosa, l’orchestra Verdi a Milano, qualche anno di incontri ravvicinati con la scuola anglosassone. Una prima produzione al Rossini Opera festival e, ora, a 42 anni, è acclamato per le sue letture mai scontate dei grandi titoli del repertorio. 
Ha appena debuttato ad Amsterdam il suo Rigoletto, dove tutta la vicenda è ambientata in un manicomio e suggeriscono, per il capolavoro verdiano, una prospettiva freudiana. «Racconto la tragedia di un padre che, paradossalmente, distrugge il bene più prezioso che ha, sua figlia. Una consapevolezza che lo porta alla disperazione e alla follia». E poi Roma, dove sbarca con il Viaggio a Reims di Rossini, dal 14 giugno al Costanzi. Un allestimento visionario e recensito al suo debutto europeo come una delle più elettrizzanti esperienze teatrali degli ultimi anni. Il grand tour per l’incoronazione di Carlo X finisce in un museo alla vigilia dell’inaugurazione di una mostra, con le storie dei curatori che s’intrecciano alle vicende dei protagonisti di un quadro. A un tableau vivant è affidato il colpo di scena finale.
Firma quasi unicamente regie d’opera, a differenza di altri suoi colleghi che passano da un set cinematografico al libretto di un melodramma. «È una specializzazione relativamente moderna – dice Michieletto – Fino al secondo Dopoguerra non esistevano neanche i registi di prosa. Poi, con la nascita degli Stabili e la creazione di un repertorio si è resa necessaria una lettura delle opere ogni volta diversa. Non ci sono vie maestre. Io ho cominciato con spettacoli per l’infanzia. I bambini devi catturarli e basta. Si annoiano facilmente, ma non hanno le barriere degli adulti».
LE CRITICHELe barriere e dei pregiudizi degli appassionati della lirica possono diventare un ostacolo. «Più che di pregiudizi preferisco parlare di aspettative – spiega – Un capolavoro che si ama e che si conosce, si immagina in un certo modo. E se quel modo è diverso, lo spettatore rimane deluso. Ascolta la musica, la riconosce, ma fa fatica a ritrovare i personaggi. Io credo che ci siano mille interpretazioni per raccontare Traviata, l’importante è che abbiano effetto». 
Spesso le critiche sottolineano che una regia importante possa oscurare la musica. «L’arte dell’opera è recitar cantando – aggiunge – Si fa teatro con la musica. E i cantanti sono in scena per esprimere dei sentimenti. Un regista, io almeno la penso così, deve proporre una storia avvincente, deve dire la sua su un titolo rappresentato migliaia di volte. Messe da parte le aspettative, il pubblico riconosce sempre la qualità». È capitato anche che fossero proprio i direttori d’orchestra a pensare che l’invenzione scenica disturbasse la partitura, scatenando polemiche e alimentando narcisismi ed egoismi tesi a celebrare i rispettivi ruoli. «Io, ripeto: il teatro d’opera si fa con la musica, ma anche con le luci, i costumi. Un’arte collettiva con un unico obiettivo». 
LA CONTEMPORANEAIl repertorio classico è un pozzo senza fondo e raramente viene aggiornato con dei lavori dei nostri tempi. «Proporre titoli contemporanei è necessario – continua l’artista veneziano – fa la differenza tra i teatri: quelli che propongono sempre e solo blockbuster e altri che si occupano di costruire il patrimonio del futuro. Che significa commissionare nuove opere a chi sa scrivere storie e a chi sa scrivere musica: dargli fiducia. L’esperimento di Aquagranda alla Fenice è riuscito perché abbiamo lavorato in squadra con i librettisti, i musicisti e i cantanti».
Va anche detto che la musica contemporanea non ha lo stesso appeal dei blockbuster e i teatri vanno anche riempiti... «Bisogna intendersi sul concetto di musica contemporanea. Esistono anche i musical, composti da grandissimi musicisti. Perché Leonard Bernstein che all’estero fa il tutto esaurito ovunque da noi non ha accesso in un teatro?», si domanda.
Torniamo ai blockbuster, a Rigoletto e Viaggio a Reims che sta per arrivare a Roma: hanno entrambi interpretazioni fantasiose. «La figura che mi ha incuriosito dell’opera di Verdi è la figlia. Che sceglie di morire pur di non restare con il padre, Rigoletto. Il loro è un rapporto malato, lei è un ostaggio del genitore che soltanto alla fine si rende conto di aver distrutto l’esistenza della giovane donna. E impazzisce». Da Freud alla spensieratezza rossiniana. «Viaggio a Reims è un’opera priva di una vera drammaturgia. E ho cercato un pensiero che fosse divertente e brillante, ma anche legato al motivo per cui il lavoro è stato scritto. Metà dei personaggi sono in un museo dei nostri giorni, l’altra metà sono personaggi di un quadro. Fino a che tutti troveranno posto in un dipinto». 
Frequentando i teatri lirici di tutto il mondo si arriva a una visione più chiara di quelli italiani. «Penso che devono avere i conti in ordine – conclude – Perché gestiscono i teatri con i soldi dei cittadini».