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 2017  maggio 21 Domenica calendario

Dori Ghezzi: «De André, principe libero»

Rivivere i momenti più importanti della propria vita. Questo è capitato a Dori Ghezzi assistendo alle riprese del film in due puntate su Fabrizio De André, regia di Luca Facchini, attori protagonisti Luca Marinelli e Valentina Bellè, produzione Bibi film di Angelo Barbagallo e Rai Fiction. «È stata sul set, ha fatto anche le notti» dice di lei chi ha lavorato alla produzione di Principe libero (data d’uscita ancora da definire). Ora è curiosa di vedere come sarà il risultato finale.
Da chi nasce l’idea del film?
«Da Luca Facchini, il regista, che aveva girato un documentario su Fernanda Pivano, dove mi ha riportato a cantare. Non lo facevo da tanti anni, dieci, undici. Dalla morte di Fabrizio non cantavo più».
Cosa ha cantato?
«Il suonatore Jones, canzone di Fabrizio tratta da S poon River tradotto dalla Pivano».
E poi?
«Facchini ha chiamato Francesca Serafini e Giordano Meacci, gli sceneggiatori, senza sapere che avevano conosciuto Fabrizio personalmente».
Ovvero?
«Francesca e Giordano, all’epoca universitari, allievi del professor Luca Serianni, nel 1993 scrivono un saggio dove analizzavano i testi delle canzoni di Fabrizio. Fabrizio lo legge e chiede di incontrarli. Loro avevano vent’anni ed erano spaventatissimi».
E?
«Fabrizio li mette a loro agio, gli dice che il saggio ha dato anche a lui chiavi di lettura nuove. Alla fine dell’incontro scrive su un pacchetto di sigarette il suo numero di telefono e le parole “a buio”».
A buio?
«“Che non mi dovete chiamare di giorno”, spiega ai ragazzi. Si svegliava sempre tardi, lui».
Dopo?
«Francesca e Giordano chiedono una postfazione. Tempo dopo Fabrizio detta al telefono lo scritto a Francesca».
Cos’era?
«Dopo venticinque anni, Giordano e Francesca mi recapitano la postfazione che in realtà era una lettera d’amore a distanza, di cui io non sapevo neanche l’esistenza».
Che c’era scritto?
«Fabrizio non era tipo da dire ti amo, sono innamorato di te. In questa pagina spiega come nascevano le sue canzoni. Il fatto che lui avesse sempre cantato amori finiti. E a un certo punto scrive: “L’unica persona che non ho mai voluto cantare è Dori”».
Mai stata cantata?
«Solo un’apparizione in Hotel Supramonte, quando mi avevano liberata per prima durante il sequestro, e lì, sì, lui poteva pensare che ci stavamo separando per sempre».
Come nascevano le canzoni di Fabrizio De André?
«Lui prendeva ispirazione da persone reali. Poi magari le usava a distanza di tempo, snaturandole a volte, e sentendosi in colpa».
In colpa?
«Sempre nella postfazione dice: “A parte Dori, l’unico esemplare umano con cui oggi posso dire di avere un rapporto di scambio della verità sono io stesso. Diffidate di me”».
Torniamo al film. Lei in che modo ha seguito le fasi di elaborazione della sceneggiatura?
«È stata una scrittura ragionata insieme e discussa. Io dovevo capire che in due ore e mezzo di film non si poteva mettere in scena tutta la vita di Fabrizio».
Lo ha capito?
«Piano piano. Per esempio: mi dispiaceva rinunciare a Fabrizio bambino».
Avete rinunciato ad altro?
«Al De André pubblico, alla parte più conosciuta di Fabrizio. In questo film si racconta perché è diventato Fabrizio De André, cosa ha voluto, e cosa ha cercato».
Che cosa ha cercato?
«La libertà, il ritorno a un tempo preciso».
Quale?
«Durante la guerra il padre, perseguitato dai fascisti perché aveva nascosto allievi ebrei, mise in sicurezza la famiglia nella campagna di Asti. Per cinque anni Fabrizio ha vissuto in mezzo agli animali. Dopo la guerra il padre li ha fatti trasferiti a Genova, in un appartamento. Fabrizio però voleva tornare in campagna».
E?
«Il padre glielo impediva, così lui si è portato la campagna in città. Sul terrazzo teneva oche, anatre e galline».
Che effetto le ha fatto vivere sul set il tempo di Fabrizio prima di lei?
«In realtà è un tempo che lui mi ha raccontato, una storia che conoscevo e ho condiviso».
Anche gli anni della campagna?
«Quella è stata la sua infanzia».
Il tempo ideale per lui?
«Io l’ho seguito quando ha cercato di riprendersela, ho tentato di restituirgliela».
C’è riuscita?
«Non so».
I momenti del film che l’hanno commossa di più?
«Si potrebbe pensare il sequestro».
Invece?
«No, era un’esperienza elaborata già da molto tempo».
Ovvero?
«Fabrizio e io capivamo i motivi dei nostri carcerieri, li consideravamo prigionieri a loro volta. Per noi i responsabili erano altri, ma non abbiamo ritenuto indispensabile dedicare la nostra vita a renderci parte civile».
Siete rimasti in Sardegna, giusto?
«La Sardegna vale sempre la pena».
Come è stato rivivere quei momenti?
«Ho sofferto più sul set che sotto sequestro, sentivo più freddo durante le riprese».
È stata rappresentata fedelmente la parte del sequestro?
«Non si possono raccontare quattro mesi di sequestro in un film, e poi bisognava anche avere un certo equilibrio rispetto al fatto che quello per noi è stato solo un incidente di percorso: un episodio della nostra vita».
Quindi?
«Qualcosa doveva essere tagliato».
Tipo?
«Le unghie. A un certo punto io avevo le unghie lunghissime, non riuscivo più neanche a mangiare. Ho chiesto delle forbici. Il carceriere mi ha detto: “Noi le tagliamo con la pattadese”. Ha presente la pattadese?».
E lei?
«Ho dato le mani. Sotto sequestro devi fidarti degli altri».
Dopo il taglio delle unghie è cambiato qualcosa tra voi e i sequestratori?
«Era già tutto successo, ci eravamo già compresi. Pensi che dal primo giorno loro mi hanno chiamata signora, e non hanno mai smesso».
Perché quel titolo, «Principe libero»?
«Nel penultimo album, Le nuvole, Fabrizio mette in epigrafe: “Io sono un principe libero e ho altrettanta autorità di fare guerra al mondo intero quanto colui che ha cento navi in mare”. Frase di Samuel Bellamy, un pirata inglese. Fabrizio s’identificava nelle sue parole, lui nasce in una delle famiglie più facoltose di Genova, ma cerca per tutta la vita la libertà».
In che cosa era libero Fabrizio De André?
«Ha tentato di esserlo in tutto. Anche dalla tecnologia. Non voleva il telefonino, noi provavamo a dirgli che era utile ma niente. Dopo qualche anno si convince. Seconda bolletta: diciannove milioni di lire».
Diciannove milioni?
«Lui fa una buca sotto il fico e sotterra il telefonino. Fine del suo rapporto con la tecnologia».
Perché diciannove milioni?
«Era stato clonato».
Nel film c’è il primo incontro fra lei e Fabrizio.
«1969, Caravella d’Oro, Lido di Genova. Io ero premiata per Casatschock, lui per Tutti morimmo a stento, per darvi un’idea dell’escursione musicale. Lì ci furono i primi avvistamenti».
Poi?
«Qualche anno dopo torno al Lido di Genova per un concerto. Quando risaliamo la scalinata, con me c’era Cristiano Malgioglio, su un gradino vedo 50 lire calpestatissime. Era il primo dell’anno, penso: portano fortuna, e le raccolgo. Intanto Malgioglio indica lontano nel buio: “Vedi quella casa? Lì vive De André”».
Quella volta non vi siete incontrati?
«Le 50 lire erano un segno. Le tenevo in un borsellino insieme ad altri portafortuna: una perla di tartufo di mare, un chiodo arrugginito. In un viaggio a Roma mi rubano il borsellino. Dopo venticinque anni però succede una cosa».
Cosa?
«Proprio quando gli sceneggiatori stavano scrivendo il film, e quindi molti anni dopo l’arrivo dell’euro, trovano sul davanzale della casa di Francesca 50 lire. Mi chiamano: “Abbiamo ritrovato le tue 50 lire”».
Torna tutto?
«Anche loro, Francesca e Giordano, sono un ritorno. Un’eredità di Fabrizio. In qualche modo lo sono quasi tutti quelli che hanno preso parte al film. Lo è Maria Panicucci, l’organizzatrice generale».
In che modo?
«Maria era andata con un’amica a un concerto di Fabrizio. A fine concerto l’amica va dietro le quinte per conoscere Fabrizio, ma lei non la segue, si vergogna e si rintana in macchina. Dopo poco sulla macchina di fianco sale Fabrizio, che si accorge di lei, le dà la mano e le chiede se le sia piaciuto il concerto. Insomma, anche lei è stata scelta da lui».
La scelta dell’attore invece?
«All’inizio di tutto io avevo detto: l’attore giusto sarà quello che dirà “non sono in grado”. Luca Marinelli lo ha detto».
E?
«Quando l’ho incontrato per la prima volta era talmente vicino a Fabrizio che non mi serviva neanche vederlo recitare. Dopo averlo scelto mi ha mandato la foto di lui con la nonna di fronte ai poster di Fabrizio. Nonna Ave era fan di De André».
La sua attenzione sembra rivolta solo agli esseri umani.
«Trovo l’umanità anche nelle cose, gli oggetti hanno una loro vita. L’opera d’arte ad esempio. In quel momento sta con te ma è destinata ad altre persone, e tu la devi tutelare».
Se si rompe?
«Pensi che io conservo i pezzi degli oggetti rotti. Per esempio ho i frammenti di una lampada di Gallé».
Perché?
«La memoria è da conservare anche rotta».
Non muore mai niente?
«Mai».