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 2017  maggio 20 Sabato calendario

Perché l’ Italia non cresce. L’eurozona si sta allontanando

BERLINO Non ditelo ai tedeschi, ma gli unici tre Paesi dell’eurozona in cui l’acquisto massiccio di titoli pubblici e privati da parte della Bce non sta spingendo l’inflazione sono Malta, Cipro e l’Italia. È stata Bloomberg a mettere in evidenza la correlazione negativa tra il cosiddetto quantitative easing, il programma di acquisto di bond da 60 miliardi al mese, e i prezzi italiani. E chi vorrebbe che Francoforte smettesse il prima possibile il piano di acquisti, subisce invece una delle correlazioni più forti: la Germania. Politicamente, una rogna, per Mario Draghi. E non solo per l’isteria che si scatena in Germania ogni volta che l’inflazione sale di mezzo decimale: l’impermeabilità dell’Italia al QE è viceversa un argomento a favore di chi sostiene che la Bce non si può sostituire a un Paese che continua a soffrire di una bassa crescita, una disoccupazione alta e dove le riforme strutturali hanno subito una battuta di arresto. La scarsa reattività dei prezzi non significa, oltretutto, che l’Italia non rischi di risentire pesantemente dell’uscita imminente della Bce dalla fase emergenziale. Secondo la stragrande maggioranza degli analisti, Mario Draghi potrebbe già segnalare a giugno un orizzonte ravvicinato in cui la Bce comincerà a comprare meno bond e ad alzare i tassi di interesse. Il 2018 sarà probabilmente l’anno della “normalizzazione”. Ma il suo ottimismo di mercoledì, quando ha detto che “la crisi è alle spalle”, è sembrato esorcizzare un rischio che l’eurozona deve ancora affrontare. Quello di una nuova crisi dell’Italia che contagi anche il resto dell’eurozona. È una preccupazione che nutrono anche ai piani alti del ministero delle Finanze tedesco, dove si è ricominciato a parlare insistentemente di Italia. Per capirne le ragioni, non bisogna guardare all’economia, ma ai conti pubblici. Alla fine di aprile, la Bce aveva in pancia 255 miliardi di euro di bond italiani, oltre il 10% del debito pubblico. E ieri in un rapporto di Astellon Capital si leggeva che dal 2008, ben l’88% del debito è stato comprato dalle banche italiane o dalla Bce. Una dipendenza pericolosa, se si guarda alle prossime mosse di Francoforte, ma soprattutto se si pensa che la rinuncia graduale ad acquistare titoli di Stato rimetterà l’Italia di nuovo nelle mani del mercato. E allora la domanda è: chi comprerà bond italiani?
L’umore non è dei migliori: alcuni dei maggiori fondi di investimento come Pioneer, Jupiter e Allianz, non sono più esposti verso l’Italia. E se Deutsche Asset Management ha ancora bond governativi italiani, di recente ha detto al Financial Times che potrebbe “riconsiderare” la sua esposizione. I motivi sono principalmente due: la fine del QE e il rialzo dei tassi provocheranno entrambi un aumento dei tassi di interesse che aggraverà l’onere sui 2.400 miliardi di debito pubblico e peserà sul disavanzo. Il secondo motivo è politico. Lo ha riassunto brutalmente nei giorni scorsi Mujtaba Rahman, direttore generale di Eurasia Group «Il più grande rischio in Europa si chiama Italia». E l’elemento chiave, per Rahman come per altri analisti è che la situazione politica è instabile e che «secondo noi il M5S vincerà le elezioni, l’anno prossimo».
Tonia Mastrobuoni

Le paure dell’Europa e le tensioni sui Btp
Le banche possono rilanciare la crescita italiana? Parafrasando il capo della vigilanza Bce Daniéle Nouy («Ci sono tre categorie di banche: chi va piuttosto bene, chi non va così bene ma s’impegna, chi nega la realtà»), la terza tipologia dal 2015 mette una zeppa al rilancio italiano. E il bagno di realtà non è completo. Molto s’è fatto per arginare la crisi, i tanti crediti non rimborsati da imprese e famiglie gracili, le rivoluzioni normative. Gli aumenti di capitale per decine di miliardi, i tagli di costi (con decine di migliaia di esuberi), il focus sul risparmio gestito – vera ricchezza degli italiani e delle banche – sono un viatico. Come il fatto che le nuove sofferenze oggi si siano fermate, e il credito dopo anni di dieta in aprile torni a salire (+1,2%). Resta però molto da fare. La nazionalizzazione di Mps e delle ex popolari Vicenza e Veneto è una priorità, per eliminare altri rischi di turbolenza nel sistema. Ma il fatto che i 20 miliardi stanziati dal decreto di dicembre siano bloccati da sei mesi di riunioni e diktat dei vigilanti Ue, è emblematico. Gli istituti italiani, per colpe loro e di una classe politica debole, sono diventati il punching ball dei falchi d’Europa. Restano in agenda altre tre urgenze: trovare un modello di banca che resista ai cambiamenti tecnologici; smaltire senza troppe perdite il monte sofferenze, di 77 miliardi netti; sciogliere l’intreccio con i Btp, dote da 385 miliardi che ostacola il completamento dell’Unione bancaria (nessun “falco” intende mutualizzare i rischi di default sovrano celati nei forzieri bancari).
Andrea Greco

In dieci anni sparite 100 mila imprese
Nel 2007 l’industria delle costruzioni produceva l’11,4 per cento del Pil, nel 2016 il suo contributo è stato dell’8,1 per cento. Sono quei 3,3 punti quelli che mancano all’appello e che ci condannano a guardare da lontano l’1,7 per cento di crescita dell’eurozona. In mezzo a questi dieci anni ci sono 600 mila occupati persi, 100 mila imprese scomparse, il balzo da 17,8 a 43,4 miliardi delle sofferenze lasciate nei conti delle banche. Se il crollo generale degli investimenti è stato del 25 per cento, nell’edilizia è stato del 37 per cento, e se gli altri settori sono in ripresa, l’edilizia no: alla recessione segue la stagnazione. Ad aggravare l’impatto sulla crescita c’è il fatto che l’edilizia è una locomotiva che quando va traina cemento e siderurgia, macchinari e piastrelle, arredo e tessile, rubinetterie ed elettrodomestici.
C’è poco da costruire in una Italia già coperta di cemento, in declino da demografico, piena di appartamenti vuoti e di capannoni abbandonati, ma con un patrimonio fatto per oltre metà da edifici che hanno più di cinquant’anni, c’è moltissimo da ricostruire. Gli sgravi sulle ristrutturazioni a fini sismici e ambientali vanno nella direzione giusta ma la normativa non riesce a mobilitare le risorse in maniera adeguata. La riqualificazione urbana manca di progettualità.
Il settore pubblico è fermo, bloccato da una riforma degli appalti che anch’essa va nella direzione giusta, ma che la pubblica amministrazione non ha le competenze per applicare.
Marco Panara

Vera zavorra al Pil tagliarlo è un rebus
È il debito pubblico a frenare la crescita o è la mancata crescita a innalzare il debito? Il dilemma continua a turbare i sonni dei politici. Forse entrambe le tesi sono corrette entro certi limiti, superati i quali però cadono tutte e due in errore. Premessa: il valore da considerare non è il debito in miliardi ma il suo rapporto con il Pil. Cresce se sale il debito ma anche se si riduce il Pil. Quello italiano è il più alto d’Europa, se escludiamo la Grecia: 132,5%. I sostenitori della prima tesi dicono: quel rapporto è troppo elevato, rischiamo di diffondere presso i mercati la convinzione che non riusciremo a pagarlo, a quel punto i nostri tassi schizzeranno in alto, i titoli pubblici si deprezzeranno, le banche che li hanno in portafoglio entreranno in crisi, e insieme ad essere le imprese. E addio ripresa. Per evitare tutto questo, bisogna ridurre il deficit a cominciare dalla spesa pubblica. È quello che in realtà ha fatto l’Italia negli ultimi anni. Il guaio è che lo ha fatto (spinta dalla politica di austerity europea) proprio durante la recessione. Risultato: la crisi è peggiorata e il rapporto debito-Pil, invece di ridursi, è salito. Dando fiato così alla seconda tesi: lasciamo crescere il deficit e il debito con politiche di espansione della spesa, il Pil salirà e nel medio periodo si ridurrà il rapporto debito-Pil. Il problema è che nel frattempo potrebbe crearsi quella stessa crisi finanziaria che abbiamo descritto prima. Il sentiero dunque è strettissimo in entrambi i casi, ed è appunto questo il problema economico numero uno per il nostro Paese.
Marco Ruffolo

Non bastano i bonus per spingere il lavoro
Il 14 maggio, nel Salone d’oro dell’Eliseo, Francois Hollande oltre ai codici nucleari ha consegnato al suo successore Emmanuel Macron un tasso di disoccupazione del 9,6%, il migliore da cinque anni a questa parte. Se in questi giorni ci fosse stato un ipotetico passaggio di consegne anche a palazzo Chigi, il nuovo premier italiano invece non avrebbe potuto ringraziare l’inquilino uscente: l’Istat ha fotografato un rialzo del tasso di disoccupazione all’11,7%. Proviamo a consolarci con il tasso di disoccupazione giovanile in discesa, ma ci vuole coraggio a festeggiare quell’ingombrante 34,1% (in Francia, per dire, si viaggia 12 punti più in basso).
Insomma, rimaniamo il Paese dove si gonfia il petto per uno “zero virgola” in più o in meno, anche se certe performance in fatto di lavoro fanno venire i brividi pensando alle esistenze e ai progetti di vita che rappresentano. Come ci hanno spiegato poi gli ultimi dati Inps sui contratti stabili, finiti sotto il livello del 2014 pre-Jobs act e pre-decontribuzione, la risposta degli incentivi una tantum è ormai il metadone che certifica la malattia quasi irreversibile del Paese. Si sopravvive con il palliativo dei bonus, preferibilmente in stagioni elettorali, e si rimanda sine die l’intervento chirurgico degli investimenti, delle riforme, della politica industriale. E proprio in tema di industria, imprenditori e sindacati continuano a recitare l’amara commedia della bassa produttività.
Come biasimare dunque (e qualcuno ci ha anche provato) i nostri giovani che, se possono, se ne vanno? La risposta è nell’ipocrisia delle lacrime versate dalle classi dirigenti.
Marco Patucchi