La Gazzetta dello Sport, 22 maggio 2017
Al Foro italico è nata la stella Zverev. E ora Djokovic chiama Agassi
C’è un nuovo re in città. Si chiama Alexander, dunque porta il nome di un condottiero che ha attraversato la storia con il sogno immortale di conquistare il mondo. Il cognome è russo, Zverev, perché il padre, onesto manovale della racchetta, trovò ad Amburgo il circolo dove insegnare tennis con profitto e crescere due figli con la stessa vocazione. Il piccolo Sascha divenne ben presto la mascotte del torneo che viene ospitato in città e a quattro anni, negli spogliatoi, inciampò per caso nei piedi di Federer. A 12, poi, già assai promettente, si vedeva dominatore a breve: «A quell’età pensavo che avrei vinto quattro o cinque Slam prima dei vent’anni, ma a 16 mi sono reso conto che non era un obiettivo troppo realistico...».
CHE NUMERI Vent’anni li ha compiuti un mese e due giorni fa: di Slam non ne sono ancora arrivati, in effetti, ma sarà solo questione di tempo. Intanto, Alessandro Magno è il nuovo imperatore di Roma, il Master 1000 della grande tradizione sulla terra, la prima porta verso il paradiso. Che sia nata una stella, anzi che sia esplosa con la potenza luminosa di una supernova, lo dicono numeri impressionanti: degli ultimi 101 tornei di questa categoria, è soltanto la 10a volta che si esce dal quadrilatero Federer-Nadal-Djokovic-Murray e nessun giocatore nato negli anni 90 era ancora riuscito nell’impresa. Per avere un vincitore più giovane al Foro, bisogna tornare al 2006, quando il diciannovenne Rafa trionfò per la seconda volta contro Roger. Oggi, poi, Zverev assaporerà la gioia del debutto in top ten, 21° più giovane di sempre a entrare nel gotha del ranking.
MATURITA’ Cosa aggiungere? Magari che Djokovic non aveva mai perso una finale contro un giocatore più giovane, e stavolta è stato massacrato. In campo, il tedesco ha comandato per personalità e lucidità, quasi fosse lui il vecchio marpione imbattibile e non l’implume al primo snodo cruciale della carriera. Sono le indubbie stimmate di un fuoriclasse. Nole, dopo la lezione a Thiem,torna nel limbo, abulico e falloso (27 gratuiti), come certifica il break subìto già nel primo game senza mettere la prima per cinque punti consecutivi. Uno strappo capace di indirizzare immediatamente il match, perché Sascha al servizio sarà una sentenza e non concederà mai più di un 30 all’avversario. Senza contare le sventole da fondo e l’aggressività in risposta: «Il mio più bel match – sorriderà Zverev, primo tedesco a vincere un 1000 da Haas a Stoccarda nel 2001 – sono stato bravo a non fargli prendere il ritmo. Io favorito per Parigi? Prima di Roma, pensavo di avere lo zero per cento di possibilità, ma adesso ho dimostrato di poter competere alla pari con i più forti. Se vi piace mettermi nell’elenco, fate pure, da me non sentirete nulla in proposito. E poi il Roland Garros ha un solo, grande favorito, che è Nadal».
CON AGASSI Certo, uno Slam dura due settimane, le partite sono al meglio dei cinque e sulla terra servono resistenza, fisico, strategia. Intanto, però, Sascha nel suo piccolo ha fatto meglio di Becker, che non conquistò mai un torneo sul rosso: «Non scherziamo, Boris ha giocato tante finali su tutte le superfici». Qualcuno dice che adesso potrebbe anche fargli da mentore, mentre l’ex pupillo Djokovic, preso a sassate, ha scelto Agassi: «Sì, dal Roland Garros sarà il mio coach insieme a mio fratello Marko. Ci sentiamo al telefono da due settimane, e anche se è stato lontano dal tennis, ha avuto un’esperienza di luci e ombre simile alla mia e ha le conoscenze e i valori che possono aiutarmi. Mi aspetto belle cose insieme». Ad maiora.
Finale uomini: A. Zverev (Ger) b. Djokovic (Ser) 6-4 6-3 in 1h21’