la Repubblica, 20 maggio 2017
Il grande scrigno degli scandali che ha travolto pure il premier
MALTA Lo sanno in pochi. Forse pochissimi. Ma il presidente (di turno) del Consiglio dell’Unione europea è stato travolto da uno scandalo giudiziario e finanziario così grande da doversi dimettere, per andare a elezioni anticipate.
Si chiama Joseph Muscat: è, o meglio era, il premier maltese. Unico caso, a oggi, di un governo che cade mentre sta guidando a Bruxelles. La vicenda Muscat è assai emblematica per raccontare un pezzo di storia di questa isola, “l’isola del Tesoro” dell’Unione. Tassazione vantaggiosa, norme antiriciclaggio non esattamente stringenti, ottimo segreto societario.
«Per noi la Brexit è stato un regalo: stiamo avendo centinaia di richieste di trasferimenti. Perché a Malta vieni per ballare e imparare l’inglese a Saint Julian, per passare una settimana di mare. Oppure per creare una società...» scherza un alto funzionario della Malta Financial Services Authority, l’antiriciclaggio locale. Il caso Muscat scoppia a metà aprile grazie a una giornalista testarda, Daphne Caruna Galizia, che, sulla base di alcuni lealks dei Panama Papers, sul suo blog spara una notizia di questo tipo: «Sul conto corrente di una società della moglie del nostro premier, con sede a Panama, sono arrivati un milione di dollari dalla figlia del presidente dell’Azerbaijan. E i soldi sono transitati da un conto di una banca maltese, la Pilatus Bank».
Gli esponenti del governo azero sono nella black list delle banche europee proprio per la questione riciclaggio. Hanno dunque possibilità di movimenti molto limitate. Eppure, si scopre, che il 60 per cento del capitale della Pilatus Bank è composta da soldi azeri e i suoi maggiori azionisti sono i figli del premier Ilham Aliyev e il ministro Kamaladdin Heydaro. Gli stessi, in precedenza, si erano visti negare le aperture dei conti da altre banche, proprio a causa delle cattive referenze. Muscat prova a difendersi (sia sul bonifico alla moglie sia sugli scarsi controlli alla Pilatus Bank) ma poi decide di dimettersi.
Ora, però, è comunque favorito alle elezioni che si terranno il 4 giugno. «E non potrebbe essere altrimenti: guardate Malta com’è ricca...» spiega uno degli imprenditori italiani (settore software) che in questi anni hanno deciso di trasferirsi nell’isola del tesoro. «Apri la tua società a Malta in tre giorni» invitano siti Internet specifici, indicando anche quali sono i vantaggi: «Le società maltesi sono europee a tutti gli effetti ma offrono un alto livello di anonimato e privacy: i nomi dei funzionari di azienda appaiono negli atti pubblici ma possono essere utilizzati quelli dei funzionari nominati per evitare che appaia il nome del cliente». Anonimato, quindi. Ma soprattutto vantaggi: la company tax è al 35 per cento, ma gli stranieri ottengono un rimborso dell’80 per cento di quanto versato. «Dunque la tassazione effettivo arriva intorno all’8 per cento», spiegano gli avvocati locali. È il motivo per cui qui ci si attende, e in parte sta già avvenendo, la corsa delle aziende inglesi dopo la Brexit. È il motivo per cui oggi Malta conta circa 70mila società offshore. E tutte le più grandi aziende mondiali di gioco d’azzardo hanno preso la residenza fiscale nell’isola, tanto da coprire da sole il 12 per cento del Pil. Betson, Bet 365, Microgaming hanno trasferito qui uffici e competenze. E lo stesso, come dimostrano alcune indagini della Guardia di Finanza, ha fatto la nostra criminalità: l’indagine Gambling del 2015 ha documentato proprio come la ‘ndrangheta usasse Malta per le sue società di gioco e nell’ultima inchiesta del Ros sul Cara di Crotone è stato arrestato Francesco Martiradonna, figlio di un boss barese che da anni aveva trasferito a Malta la sua base e che, secondo l’accusa, offriva supporto anche alla ‘ndrangheta.
«Siete la Panama europea» ha attaccato nei giorni scorsi il ministro tedesco delle Finanze della Westfalia, scatenando la risposta piccata del collega maltese, Edward Scicluna. Chi ha ragione? «Malta non è un paradiso fiscale» spiega Ranieri Razzante, professore a Bologna di legislazione antiriciclaggio, «perché le norme europee non glielo consentirebbero. Ma è un paradiso normativo: non esistono leggi serie sul riciclaggio perché purtroppo l’Unione europea non ha ancora firmato direttive comuni sulla sicurezza e la prevenzione dei capitali illeciti. E vedrete cosa accadrà con la Brexit». A Malta, non vedono l’ora.