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 2017  maggio 20 Sabato calendario

Fumo e amicizie pericolose, così Ismail ha scoperto la jihad

MILANO C’erano anche i loro nomi, secchi, tra le decine di quell’elenco diramato un paio di settimane fa dall’intelligence alle Digos e ai Reparti anticrimine del Ros della Lombardia. Profili a rischio secondo gli analisti dei Servizi, da curare per verificarne il possibile processo di radicalizzazione, captato e intuito attraverso filmati e messaggi postati in Rete. Che quell’Ismail Hosni, nome non infrequente tra i giovani di origine maghrebina, corrispondesse al 20enne arrestato giovedì sera in Centrale dopo il ferimento di due soldati e un agente della Polfer, gli investigatori lo hanno realizzato quasi subito. Perché accanto c’era quell’altro nome, Ahmed Jbali, il 23enne libico compagno di malefatte di Ismail Tommaso Ben Youssef Hosni almeno dal 19 dicembre, giorno in cui la Polfer pizzicò i due giovani con qualche grammo di fumo e li arrestò. Facce note, tra le tante che bivaccano ogni giorno tra i mezzanini e la Galleria delle Carrozze. E lo diventarono anche al commissariato Garibaldi-Venezia di via Schiapparelli, pochi metri più là, ogni lunedì, mercoledì e venerdì mattina puntuali e compiti per l’obbligo di firma.
Erano sbarbati, allora, diventeranno barbuti a poco a poco, ma non bastano ancora questi segnali estetici, o i filmati di guerriglieri Isis rastrellati su Youtube e messi sul profilo Facebook dallo scorso settembre a inizio settimana – ce n’erano anche della Ms13, ma questo non fa di Hosni un affiliato alla più violenta pandilla latinoamericana – a farne due aspiranti jihadisti. Sono indizi, però, e un punto di partenza per capire se fosse proprio Jbali, «cavallino» nella gerarchia della vendita del fumo in strada e quindi un gradino più in alto dello «spaccino» Hosni, ad averlo attratto verso il radicalismo; se fossero gli altri amici stretti; o se quella dell’italo-tunisino fosse solo una fascinazione passeggera e virtuale, ancora agli albori.
Chi ha ascoltato Ismail dopo l’arresto e dopo i lunghi minuti in stato confusionale negli uffici della Polfer, non ha sentito una sola parola che lo accomunasse a Daesh. Tante di frustrazione di un disperato ai margini della legalità, quello sì. «Sentite, sono musulmano ma italiano – ripeteva come in trance – ma mi controllano sempre, mi stanno addosso. Nessuno mi ha mai dato una mano, tutti mi hanno abbandonato». Da una settimana girava coi coltelli da cucina in tasca e il cappuccio della felpa tra i mezzanini della stazione, come giovedì sera all’uscita da un McDonald’s, ed era inevitabile che lo controllassero. «Un’altra volta – sospirava – ancora me, mi sono innervosito e ho reagito. Ho fatto una cazzata, lo so». Non un attacco, niente pianificato, la violenza irrazionale di «una specie di nomade», come lo fotografa il questore Marcello Cardona, che per pochi centimetri non recide la giugulare di un militare e l’omerale di un altro.
L’odissea di Ismail Tommaso Ben Youssef Hosni, comincia in una disgraziatissima famiglia in una disgraziata enclave di case popolari, un complesso popolare in via Tommei pieno di abusivi, pregiudicati, disperati. Papà tunisino. Mamma Lucrezia è di Ischitella, sul Gargano. Va in galera che Ismail non ha nemmeno tre anni, per maltrattamenti sulla sorellina, e il padre – che a sua volta ha precedenti per furto, ricettazione, danneggiamenti, violenza sessuale – decide dopo un po’ decide di portarselo in Tunisia. Da dove Hosni, ormai maggiorenne, tornerebbe in Italia nel 2015, almeno stando al suo racconto, ma la Digos è ancora alla ricerca di una traccia del suo passaggio sulle coste dei migranti. Sale in Puglia a trovare la madre, che era uscita di galera nel 2007, ma dura qualche settimana e poi torna su, a Milano. La casa di via Tommei nel frattempo è stata riassegnata, Ismail si appoggia per qualche giorno da una sorella della madre a San Siro ma finisce in strada quasi subito, ad arrangiarsi.
In via Perini, a Quarto Oggiaro, a mezzo chilometro dalla Fondazione Arca dove lui e Ahmed (richiedente asilo in attesa di concessione) non si sono mai visti, viene avvistato nell’ultima settimana sul Ducato abbandonato di un commerciante cinese. Dorme di giorno sul sedile pieno di cenci con lo sportello aperto, fa pipì nei giardini, i residenti lo segnalano una decina di volte al 112. La polizia lo identifica, i vigili multano il furgone che ieri mattina viene portato via dall’Antiterrorismo. Sull’asfalto restano quattro stracci sudici.