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 2017  maggio 21 Domenica calendario

Ma il potere dei falchi resta forte. Tocca all’Europa aiutare le riforme

Il voto iraniano del 19 maggio era particolarmente importante, dato che si trattava di verificare se il paese fosse o meno d’accordo sulla continuazione del percorso di cambiamento e apertura che il Presidente Hassan Rouhani aveva iniziato nel corso del suo primo mandato. La risposta è stata nettamente affermativa nonostante i molti fattori che avevano fatto ritenere il suo successo tutt’altro che assicurato: la delusione per i più che modesti risultati di un accordo nucleare che era stato presentato come sicura premessa di un’apertura di Iran al mondo, ma anche del mondo all’Iran; il risentimento di ampi strati della popolazione per disuguaglianza e disoccupazione; la presenza di un “doppio potere” – i Pasdaran, buona parte della magistratura e il clero più conservatore – capace di interferire pesantemente con l’azione del governo; un Leader Supremo preoccupato di evitare crisi destabilizzanti come quella del 2009, ma certamente attento a tenere sotto controllo la spinta al cambiamento. Il risultato conferma che la presunta sconfitta di Khatami e del suo riformismo, sancita dal doppio mandato del conservatore/ populista Ahmadinejad, in realtà non era tale.
Nessuno, a partire dallo stesso Khatami, dubita oggi che Rouhani sia il continuatore dell’originario disegno riformista, irrobustito e reso efficace, tuttavia, da un innesto di abilità politica che evidentemente mancava a Khatami. Non sono pochi i fautori del cambiamento che si erano detti scettici nei confronti di Rouhani, centrista piuttosto che riformista e uomo dalla lunga carriera ai vertici del regime, attribuendogli un gattopardesco disegno di continuità piuttosto che di autentico rinnovamento. Oggi sembra che la maggioranza degli iraniani non si sia lasciata convincere da questa visione schematica.
Nei giorni che precedevano il voto abbiamo ascoltato un intellettuale iraniano della diaspora formulare un parallelo apparentemente azzardato ma in realtà tutt’altro che arbitrario. Agli inizi degli anni ’60 John Kennedy fu capace di ispirare il popolo americano trasmettendo un’entusiasmante visione di cambiamento e la proposta di un’America più dinamica, più aperta, più giusta. Non sappiamo se sarebbe stato capace di tradurla in realtà se a Dallas non fosse stato stroncato dalle pallottole assassine, ma quello che è certo è che fu il suo successore Lyndon Johnson – democratico conservatore del Sud, abilissimo politico con fama di spregiudicatezza se non cinismo – a condurre in porto le più qualificanti fra le intuizioni di Kennedy: l’estensione dei diritti civili agli afroamericani (con il Civil Rights Act del 1964) e la lotta contro la povertà e per garantire l’assistenza medica pubblica agli anziani (Medicare) e ai poveri (Medicaid).
Oggi la seconda vittoria di Rouhani alle elezioni presidenziali lo consacra come erede politico sia di Khatami che di un politico che, come Johnson, non era certo amato dai riformisti e dai giovani, Ali Akbar Rafsanjani. Grande visione di riforma più abilità politica: una formula vincente nella misura in cui la maggioranza degli iraniani è arrivata alla conclusione che il cambiamento potrà prevalere solo se saprà procedere ad un passo politicamente sostenibile, senza pericolose rotture e fragili accelerazioni: in Iran anche chi vorrebbe il tramonto del regime non auspica un regime change stile Iraq, Libia (o quello che si sta sanguinosamente tentando in Siria) e nemmeno una rivolta popolare come quelle che hanno dato il via alla sfortunata Primavera Araba.
Ma anche se l’Iran moderno, l’Iran aperto, l’Iran giovane – e soprattutto le donne – fanno oggi festa, nessuno si illude che il cammino verso un paese sempre più libero, moderno e aperto al mondo sia irreversibilmente aperto. Chi ha votato per Raisi è stato sconfitto: ma dietro quell’elettorato tutt’altro che trascurabile, il 38 per cento (anche qui una convergenza: fra conservatori e populisti) vi sono centri di potere che – per comprenderne l’importanza e anche pericolosità – andrebbero pesati in termini di forza economica e forza pura e semplice piuttosto che contati. Poteri che identificano il cambiamento con l’indebolimento del regime e della nazione e che non cercano un diretto confronto militare con gli Stati Uniti ma temono le conseguenze dell’apertura e della distensione.
Certo non ci possiamo illudere che l’America di Donald Trump, oggi in viaggio in Medio Oriente con un messaggio fortemente anti-iraniano, fornisca una sponda, come ha fatto con grande lungimiranza e responsabilità Barack Obama, a questo delicato processo iraniano, ma proprio per questo sarà importante che l’Europa continui a fare la sua parte nel proprio interesse e nell’interesse del popolo iraniano. Il caloroso tweet di congratulazioni di Federica Mogherini per i risultati della «appassionata partecipazione alla vita politica» degli iraniani ce lo fa sperare.