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 2017  maggio 21 Domenica calendario

I pasti alla mensa dei poveri e quei coltelli appena rubati. L’escalation di odio di Ismail

MILANO Letto singolo, invece dei tradizionali tre disposti a castello, nel raggio dei casi più delicati. La vita di Ismail Tommaso Ben Youssef Hosni è scandita da tre giorni dalle sigle e dalle regole della vita di San Vittore. Lo hanno sistemato in una cella per detenuti a rischio (c.a.r.), reparto di osservazione psichiatrica (una volta centro di osservazione neuropsichiatrica, ovvero c.o.n.p.). Quello più duro. Guardato a vista, fuori solo per la mensa e i colloqui con lo psicologo in attesa della perizia e dell’interrogatorio di garanzia di stamattina quando, alle 10.15, il gip Manuela Scudieri varcherà il portone di piazza Filangieri. E Hosni, assistito dall’avvocato Giuseppina Regina (che chiederà una perizia sul 20enne), avrà facoltà di ripercorrere la sua storia.
Di sconosciuto – fino a giovedì sera esisteva solo una generica segnalazione con un nome simile al suo – all’Antiterrorismo, abbandonato dalla famiglia, invisibile nella città dov’è nato il 17 agosto di 21 anni fa. Ismail Tommaso Ben Youssef Hosni, italiano in un paese dove si sente straniero, aveva lasciato nel 2008 un mondo che non lo aveva mai accolto, il casermone degli abusivi di via Tommei. Tornato in Tunisia col padre Faouzi, troppo problematico e ubriaco per badare a lui, e lontanissimo da mamma Lucrezia che dopo gli otto anni di carcere era tornata a Ischitella, due anni fa era ripartito per l’Italia. Dalla madre, che ieri è stata ascoltata dalla Digos di Foggia, e che ha confermato agli investigatori il racconto di Ismail: rapporti ai minimi, nessun lavoro, continue richieste di soldi, poi la partenza.
In treno, e di nuovo per Milano. Dalla zia materna, dietro piazza Selinunte, in cerca di un luogo che, per la prima volta nella sua giovane vita, potesse chiamare casa. Ma anche qui per pochi giorni, come ha confermato la donna alla Digos milanese: tasche vuote, giornate sfaccendate, via in strada. Ismail Tommaso Hosni vaga per la città, pascola alla Stazione Centrale, dorme in un furgone abbandonato alla periferia nord di Quarto Oggiaro, chiede ogni tanto un pasto caldo ai volontari dell’Opera di San Francesco in corso Risorgimento: la tessera della mensa dei francescani, uno dei tanti punti di riferimento nel volontariato cittadino, è tra i pochi documenti che la Polfer gli trova addosso quando lo arresta. Vive da nomade, come dice il questore di Milano Marcello Cardona, in una città che non si accorge di lui. E dove «si può dire che si era radicalizzato – sostiene ancora Cardona – ma da qui a fare collegamenti col terrorismo la strada è lunghissima».
Parleranno le indagini, coordinate dai pm Maura Ripamonti e alessandro Gobbis e dall’aggiunto Alberto Nobili. Lo snodo avviene nella seconda metà del 2016, quando incontra il libico 23enne Ahmed Jbali, nel mondo degli ultimi che si muovono tra i marmi della stazione Centrale e il quartiere di via Padova. Posta il primo video inneggiante all’Isis (24 settembre), per la prima volta pensa di aver trovato un senso alla sua vita, e i primi soldi. Inizia a spacciare e viene arrestato il 19 dicembre, dopo una prima segnalazione perché addosso aveva la placca della polizia. Per tre giorni a settimana, gli agenti vedono Hosni arrivare insieme a Jbali negli uffici del commissariato di zona a firmare. E lentamente lo vedono cambiare. La barba che cresce, i baffi che taglia via solo giovedì, l’atteggiamento sempre più ostile. Quando gli agenti lo ritrovano in stazione non vedono più un ragazzino disorientato e timoroso, ma un giovane insofferente ai controlli, cupo, con un aria di sfida negli occhi.
Hosni cambia, ascolta le parole di Ahmed, cerca su Youtu- be i video della guerriglia siriana e della propaganda irachena, li posta sul suo profilo Facebook al posto di quelli delle gang sudamericane della Mara Salvatrucha. Ismail trova accoglienza nella propaganda jihadista, nel senso di riscatto e di rivalsa contro una società che, sin da bambino non gli ha concesso un’occasione. Ma fino a che punto? Al limite della suggestione o oltre? Anche perché dopo il 6 febbraio non risultano contatti tra Hosni e Jbali, ed è sui movimenti del libico e del suo giro che stanno puntando i fari della Digos.
La sera in cui viene notato nel mezzanino in Centrale ha con sé due coltelli rubati poche ora prima. Si vede accerchiato dai suoi nemici in divisa. Estrae e colpisce. Ora gli investigatori cercano di capire se Hosni fosse in procinto di compiere un’azione violenta, di portare a termine un atto che desse spessore alle sue nuove convinzioni e lo facesse sentire almeno un po’ più vicino ai soldati del jihad di cui ha postato on line «il più bel video dell’Isis che abbia mai sentito in vita mia», come ha scritto sul social network. Oppure una semplice, banalissima rapina per portare un po’ di pane nel Ducato abbandonato in via Perini, dove dormiva fino a mezzogiorno e faceva i bisogni davanti ai condomini. Vita di un randagio, non di un miliziano: «Sono musulmano – dice in carcere quando gli chiedono se ha esigenze religiose – ma non sono praticante. Speravo di avere più occasioni per trovare lavoro, invece sono finito in strada. Mi dispiace per quello che è successo».