Corriere della Sera, 22 maggio 2017
L’era della «turbo longevità». Inchiesta sulla vecchiaia scomparsa
Anche il grande pittore Tiziano Vecellio mentiva sull’età. Si aumentava gli anni. Per sembrare più potente (la Venezia del Cinquecento era una vera gerontocrazia), o per affari (ai committenti diceva di affrettarsi perché non gli restava molto da dipingere). Chi, nell’Italia di oggi, farebbe altrettanto? Viviamo in media 82 anni, 30 mila giorni. Ma più la vita si allunga, più gli anni fanno paura. Giangiacomo Schiavi e Carlo Vergani, un giornalista del Corriere e uno studioso di geriatria, nel loro incalzante libro Non ho l’età la chiamano «la demografia dell’eufemismo»: nell’era della «turbo-longevità», «la vecchiaia non esiste più».
Davanti alle conquiste del vivere a lungo, «la società tende a nascondere sotto il tappeto l’altra faccia della medaglia: malattie, costi sociali, squilibri giovani-anziani». Prenderne atto, spesso, fa scivolare nella retorica della solidarietà. «Ma la vecchiaia di massa – scrivono gli autori – non è un problema caritativo. È una condizione dell’esistenza». Può costituire «una nuova libertà». O «una brutta prigione». Dipende da noi, da tutti noi. E dal patto generazionale che sapremo siglare tra giovani e vecchi (adulti permettendo).
Non ho l’età è una ricognizione del Paese che assieme al Giappone è il più longevo del mondo. Segue le nuove frontiere della ricerca e i percorsi della medicina, denuncia i ritardi nella prevenzione, passa in rassegna i rami a cui sono appese le nostre speranze di vita: l’alimentazione (dieta mediterranea, quella vera), l’esercizio fisico (attività aerobica moderata per 150 minuti alla settimana), la legge del desiderio (una buona notizia: un terzo degli over 65 è sessualmente attivo; una cattiva: e gli altri?). Vademecum, libro di riflessioni (una piccola miniera di citazioni sulle età della vita da Gregorio Magno ad Albert Einstein), fotografia di un’Italia spaccata (22 milioni di occupati, 16 milioni di pensionati), Non ho l’età sfila da sotto il tappeto le spine trascurate dai cantori della «turbo-longevità»: per esempio i 6 milioni di pensionati che ricevono meno di mille euro al mese, la sanità negata (ma la strada è «salute possibile e non solo guarigione»), la medicina sbagliata («l’ospedale non è un luogo amico dell’anziano»), quel milione di italiani «invisibili» perché vivono con l’Alzheimer o un’altra demenza. Schiavi-Vergani danno conto del «mondo nascosto delle vite svalutate», ma senza pietismi. Chiedono risposte alle istituzioni, ma intanto raccontano quello che ciascuna famiglia può fare, perché «mai come oggi abbiamo la possibilità di contrastare la rassegnazione al decadimento». È un lavoro di equipe, direbbe Jannacci. Per esempio un ottimo strumento di «invecchiamento attivo» è costituito dal volontariato: secondo un studio della Carnegie Mellon University di Pittsburgh «donare agli altri un po’ del proprio tempo ridurrebbe del 20% il rischio di mortalità». Un’opportunità sempre più seguita: «Nel 2012 un milione di anziani ha svolto in Italia attività di volontariato, un dato raddoppiato nel giro di due anni».
E il divario generazionale? In una delle interviste che arricchiscono il volume, l’ultracentenario Gillo Dorfles sottolinea che «a una certa età c’è l’abbandono dei coetanei: ci si avvicina più ai giovani». A chi gira l’Italia viene il sospetto che il problema dei giovani non siano i nonni, ma i genitori. Gli adulti, non i vecchi. È vero che la demografia impone riforme ineludibili. Non ultima quella del sistema sanitario, che trascura la medicina sul territorio.
Ma in questo «Paese di longevi dove si nasce sempre meno», il patto generazionale auspicato (e tratteggiato) da Schiavi-Vergani nel segno dell’invecchiamento attivo sembra possibile. È uno degli effetti positivi di questa lettura. E all’ultima pagina, vien quasi voglia di mentire sull’età, al modo di Tiziano.