Corriere della Sera, 21 maggio 2017
Nastri e sorrisi, è festa in Iran per Rouhani
TEHERAN È il crepuscolo quando i giovani scendono in piazza. Prima piccoli gruppi, poi rivoli di gente, infine una catena umana. Sorridono, cantano e marciano nelle strade della capitale. Anche a Kermanshah, Tabriz e Mashhad, i video pubblicati online mostrano centinaia di persone che danzano e festeggiano.
La gioia è per la vittoria di Hassan Rouhani, che si riconferma presidente dell’Iran con il suo messaggio di apertura all’Occidente e di maggiori libertà in patria («Vogliamo vivere in pace con il mondo. Ma non ci faremo mai umiliare»): ha avuto il 57% di oltre 41 milioni di voti. «Siamo felici», dice Maryam Darvish, 35 anni, che distribuisce ai passanti nastrini verdi e viola (i colori della campagna di Rouhani) da legarsi al polso. È una gioia venata di rabbia e di paura, aggiunge la sua amica Maryam Abdi. «I più giovani vogliono i nastrini viola, mentre chi ha qualche anno di più ricorda il 2009 e dunque li vuole verdi». C’è ancora rabbia per il 2009, quando questi stessi giovani votarono contro Ahmadinejad, scegliendo i candidati riformisti dell’«Onda verde», ma lui fu riconfermato presidente tra accuse di brogli e proteste represse. E c’era la paura che un nuovo Ahmadinejad, che si chiama Raisi, potesse diventare presidente: questo timore ha spinto molti alle urne. «Raisi sarebbe stato anche peggio, ero pronta a lasciare il Paese».
L’affluenza è stata alta, il 73%, una vittoria per il regime che presenta il voto come la dimostrazione che il sistema della Repubblica Islamica regge nonostante una società civile così attiva. «Ma questa è anche una nostra vittoria – spiegano le due trentenni —. Una rivoluzione ha dei costi altissimi: è stato così nel 1979 e anche otto anni fa. Noi vogliamo una vita normale e stiamo lottando per ottenere i diritti di base ad un costo accettabile». Rouhani è stato eletto perché è il male minore, ma c’è sempre la speranza che diventi qualcosa di più. «C’è stato anche chi ha boicottato il voto, ma anche loro sono contenti che abbia vinto Rouhani». Molti sottolineano che Rouhani ha fatto di più per i rapporti con l’Occidente che per le libertà in patria. «I prigionieri devono essere liberati»: era uno degli slogan ieri sera in piazza. Rouhani ha mobilitato i riformisti spezzando alcuni tabù: accusando giudici ultraconservatori e forze di sicurezza di «tagliare le lingue e cucire le bocche». Nel suo discorso della vittoria, ieri, ha ringraziato «il caro fratello Khatami», l’ex presidente riformista che lo ha appoggiato in queste elezioni: sono parole che sfidano il divieto dei magistrati che hanno escluso Khatami dalla vita pubblica. Molti esperti sono scettici che un presidente possa cambiare granché: è la Guida Suprema Khamenei a detenere il vero potere politico. Lo stesso Khatami non riuscì a portare avanti le riforme promesse tra il 1997 e il 2005. Ma stanotte questo non conta. I ragazzi intonano «Il mio compagno di scuola elementare», inno della rivoluzione del 1979 tornato in auge nel 2009. Ci avevano provato anche al seggio di Jamaran, nella casa di Khomeini, ma un agente li aveva fatti tacere. Qui in strada non li ferma nessuno, neanche la pioggia che comincia a cadere.