La Stampa, 22 maggio 2017
Idee, parole e piani. Le visioni opposte di Obama e Donald
Il Cairo 2009
Obama aveva diviso il suo discorso al Cairo in sei punti, che si possono raggruppare in tre temi: il ruolo degli Usa nella regione; il rapporto tra società e religione; la strategia verso l’Iran.
1. Via da Iraq e Afghanistan
Sul primo punto si era scusato per le interferenze dell’amministrazione Bush, confermando la promessa di ritirarsi dall’Iraq e dall’Afghansitan, che però aveva difeso come un intervento di necessità. Aveva affrontato il problema del conflitto israelo-palestinese, entrando molto più nel dettaglio di Trump. Da una parte infatti aveva criticato gli insediamenti, ma dall’altra aveva censurato il rifiuto violento di Israele, sollecitando la ripresa delle trattative sulla base della soluzione dei due stati.
2. Libertà religiosa
Anche Obama, nel secondo punto, aveva sottolineato la necessità di isolare gli estremisti, senza però collegarli alla fede islamica. Aveva teso la mano ai musulmani, riconoscendo il ruolo avuto nella promozione della civiltà globale, ma pur rifiutando la dottrina dei neocon che aveva guidato le azioni dell’amministrazione Bush, si era soffermato sull’analisi delle cause profonde del terrorismo che invece è mancata a Trump. Obama aveva parlato di democrazia, libertà religiosa, diritti delle donne e sviluppo, sollecitando in sostanza i governi alle riforme in questi settori, perché nella sua visione erano la chiave per superare le tensioni che poi alimentavano il terrorismo. Questo poi sarebbe diventato un grave punto di attrito proprio con l’Arabia, l’Egitto e la Turchia, compromettendo la collaborazione nella sicurezza.
3. Dialogo con Teheran
Il terzo punto era stato la minaccia nucleare, e quindi l’Iran. Obama aveva iniziato a delineare la strategia del dialogo, che avrebbe portato all’accordo nucleare. Così aveva segnalato la scelta di puntare sulla componente sciita per garantire stabilità della regione, generando la frattura con l’Arabia e con Israele.
Riad 2017
1. La lotta all’estremismo
La frase che resterà di più del discorso del presidente Trump a Riad è quella con cui ha esortato i musulmani a cacciare gli estremisti, dalle mosche e dalle loro società. Per aiutarli ha offerto due strumenti: quello militare, simboleggiato dall’accordo da 110 miliardi di dollari per le forniture all’Arabia; e quello ideologico, attraverso il centro creato nel regno saudita per contrastare la propaganda di chi stravolge l’islam per usarlo come giustificazione del terrorismo. Quello che è mancato in questa parte, soprattutto secondo i neocon che durante l’amministrazione Bush volevano usare l’invasione dell’Iraq per promuovere la democrazia, è l’analisi delle cause del terrorismo e quindi l’individuazione delle iniziative da prendere per tagliare le sue radici.
In privato Trump ha parlato di democrazia e diritti umani, sollecitando i leader arabi a fare i cambiamenti politici e sociali necessari, per rispondere al risentimento dei loro popoli che poi alimenta l’estremismo. In pubblico, però, ha fatto solo un veloce accenno a riforme graduali. Invece ha dato armi e sostegno politico alla soluzione militare, chiarendo che la sicurezza è la priorità per gli Usa, come accadeva prima dell’11 settembre 2001.
2. Le tre religioni
Il secondo aspetto del discorso è stato l’appello alla collaborazione fra le tre religioni di Abramo, per costruire la pace. Per Trump questa convergenza di interessi tra le fedi è più importante delle riforme laiche che potrebbero fare i governi, per favorire sviluppo economico, diritti umani e democrazia. Nella sua visione, se le tre religioni accettano questo approccio la stabilità seguirà inevitabilmente, qualunque siano gli errori che i governi continueranno a fare.
3. Il nemico iraniano
Il terzo aspetto è la denuncia dell’Iran e il rilancio della tradizionale alleanza americana con l’Arabia e il mondo sunnita. Oggi il dialogo con Teheran è inutile, va trattato come un nemico.