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 2017  maggio 21 Domenica calendario

Quei cinque ko e l’imprevedibilità del presidente narciso

Nel grande ring americano dove Donald Trump si batte per conservare ed esercitare il potere, il presidente degli Stati Uniti, nella scorsa settimana, è andato al tappeto almeno cinque volte. È accaduto quando l’attuale inquilino della Casa Bianca ha licenziato James B. Comey, direttore del Federal bureau of investigation (Fbi, il maggiore organo poliziesco degli Stati Uniti). È accaduto quando la stampa ha rivelato l’esistenza di appunti scritti da Comey in cui l’autore raccontava minuziosamente le conversazioni in cui il presidente gli chiedeva di sospendere le indagini sui presunti contatti russi di Michael T. Flynn, consigliere del presidente per la sicurezza nazionale, costretto a dimettersi nelle settimane precedenti. È accaduto quando la stampa liberale e lo stesso Wall Street Journal hanno raccontato che il presidente, nel corso di un incontro alla Casa Bianca, aveva svelato a due personalità russe (il ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, e l’ambasciatore di Mosca a Washington, Sergej Kisljak ) una informazione segreta sulle attività dell’Isis (l’organizzazione terroristica dello Stato Islamico) che la Cia aveva confidenzialmente appreso dai servizi israeliani. È accaduto quando il Dipartimento della Giustizia ha affidato a un ex direttore dell’Fbi, Robert S. Mueller III, il compito di indagare sulla possibilità di intese segrete tra funzionari russi e collaboratori di Trump. Ed è accaduto infine quando il Washington Post (protagonista delle indagini sul Watergate all’epoca di Nixon) ha rivelato l’esistenza di una conversazione del giugno 2016 durante la quale un esponente repubblicano del Congresso, parlando con colleghi del suo partito, avrebbe dichiarato di ritenere che Trump fosse pagato da Putin. Naturalmente tutte queste indiscrezioni e voci segrete hanno un padre ignoto sul quale, in tempi normali, la stampa liberale avrebbe severamente indagato. Ma questi non sono tempi normali. Esiste l’America che ha votato per Trump; ma esiste anche quella che non ha ancora inghiottito il rospo della sconfitta e non rinuncia a cercare argomenti con cui dimostrare la indegnità del presidente. Molti pensano che occorra ricorrere all’impeachment, il processo d’incriminazione gestito dal Congresso e usato da ultimo senza successo contro Bill Clinton per le sue boccaccesche avventure amorose. Altri sostengono che il mezzo migliore per sbarazzarsi di Trump sarebbe l’applicazione, per la prima volta, del 25° emendamento della Costituzione: un testo approvato dopo la morte di Kennedy che prevede una operazione in due tempi. Nel primo il vicepresidente e i maggiori esponenti della Amministrazione decidono che il presidente non è più in grado di esercitare le sue funzioni; nel secondo tempo il Congresso, con la maggioranza dei due terzi, può confermare il loro giudizio e costringerlo a uscire di scena. Altri ancora sostengono addirittura che la estrema volubilità del presidente e la sua capacità di cambiare opinione da un giorno all’altro nascondano sintomi di Alzheimer; e aspettano impazientemente che la malattia faccia il suo corso. Resta un altro quesito a cui è difficile dare una risposta. Trump è irritato, frustrato e lamenta, anche in discorsi pubblici, di essere sottoposto a un trattamento iniquo. È arrivato alla Casa Bianca dopo una lunga sequenza di operazioni spregiudicate, è abituato a vincere, ha un altissimo concetto di se stesso, ha una idea brutale ed elementare del potere. Per qualche tempo, nelle scorse settimane, abbiamo creduto che fosse anche capace di adattarsi alle circostanze e dare prova di un pragmatico buon senso. Ma queste speranze sono state smentite da atteggiamenti successivi e Trump ha molti avversari che non sono disposti a fargli credito. Il problema quindi non è soltanto che cosa faranno i nemici del presidente. Il problema è: che cosa farà Trump se non riuscirà a controllare le sue frustrazioni?