il Fatto Quotidiano, 21 maggio 2017
Intervista a Maurizio Micheli: «Il vero attore deve essere ignorante, amarsi e basta. Mentre io ho troppi dubbi»
Il teatro è (anche) sacrificio e sofferenza. Però Maurizio Micheli nel 1970, al suo debutto su un palco importante, ha esagerato. “Ero entrato a far parte del Piccolo di Milano, avevo una sola scena nella quale esprimermi, ma andava bene, da appena diplomato non potevo chiedere di più. La sera della prima prendo gli applausi e dall’emozione perdo la testa, il brivido conquista il mio corpo, non capisco più nulla, sono ebbro, quindi inciampo, cado dal palco. Svengo. Mi raccattano e spediscono in ospedale, poi la sentenza: trauma cranico, perdita di memoria e frattura del braccio in due punti”. Eppure “non ho mollato, ho firmato, ho riconquistato i miei ricordi, sono tornato dalla compagnia e ho cenato con loro. La cena è fondamentale. Poi mi sono nuovamente sentito male”. Passati 47 anni, Maurizio Micheli si comporterebbe nel medesimo modo, “perché non è una questione di età, ma di passione. In teatro sono contento”.
Maledetti applausi…
I miei genitori erano anche seduti nelle prime file, ma non se ne sono accorti, il tutto avvenne in un momento di buio, con me vestito da soldato del Seicento. Paolo Grassi, storico direttore del Piccolo, disse: ‘Presto un cognac, correte, portate un cognac!’. Confuso ho ringraziato, non capivo nulla. Il cognac non era la miglior soluzione.
La cena non si tocca.
Ma che scherziamo? È la parte più importante di questo lavoro, già allora avevo ben impresse due regole fondamentali per giudicare i colleghi: mai fidarsi di chi non beve vino e di chi non partecipa al post-teatro. Quando sono in tournée e arrivo nel luogo dello spettacolo, la prima cosa alla quale mi dedico è scegliere il ristorante. Sempre.
Passione per il cibo.
No, amo proprio la liturgia sprigionata dal post. Quando sorseggi vino, ti rilassi, ti conosci; quando si abbassa l’adrenalina e improvvisamente volano via anche certi stereotipi o diaframmi mentali; quando impari a gestire la tensione. Quando vedi i tuoi colleghi a nudo.
Lei a tavola troneggia?
Non sono un capocomico. Se devo raccontare qualcosa, devo farlo bene. Altrimenti ascolto. Altra storia Gigi Proietti, lui continua lo spettacolo anche a cena, è il terrore dei camerieri: può andare avanti fino alle tre e mezzo. E dopo uno show di tre ore.
Prima del “doloroso” esordio, qual è stato il suo approccio con il teatro?
Bari a 13 anni, quando sono entrato per la prima volta al Piccinni mi sono innamorato e ho iniziato. Così, arrivato a Milano nel 1968, già mi sentivo professionista. Mi presentai per un provino al San Babila, tutti gli altri avevano pezzi classici, io un testo di Ionesco. Alla fine il regista: ‘Cosa fa nella vita?’. Studio Giurisprudenza e recito. ‘Ecco, dia retta, continui solo con Giurisprudenza’. Andai via furioso, con il braccio ad ombrello lo mandavo a quel paese, e a ripetizione.
A Milano c’era il Derby.
Sì, ma era più un night-club, funzionavano i milanesi, o quelli con la faccia come il culo, gli intrattenitori; mentre io non avevo questa capacità e un po’ ci stavo male.
Parole sue: “L’egocentrismo sorretto da una buona dose di cinismo, nel nostro mondo la fa da padrone”.
Sono quelli che quando si parla di eventi storici, tipo la morte di Kennedy, un secondo dopo rilanciano: ‘Mi ricordo, in quel periodo ero in tournée con lo spettacolo… e andò molto bene’. Questo è l’attore, sono interessati a se stessi.
Lei non si prende sul serio.
Ed è uno sbaglio. Il mio è un mestiere dove non bisogna avere troppi dubbi, per questo l’attore deve restare un po’ ignorante, istintivo, deve amarsi e basta. Se sviluppi l’autoironia, sono guai seri, alla lunga non paga.
Va bene il culto di sé.
Poco ci manca. Vince la semplificazione, il messaggio diretto e persistito, la convinzione vicina al dogma; mentre l’eccezione diventa dannosa.
Altra sua citazione: “Il teatro oramai è museo”.
Non passano le novità. Se porto un testo nuovo non si fidano, vogliono sempre i classici, sempre gli stessi titoli.
Il suo “Mi voleva Strehler” ha toccato le 1260 rappresentazioni.
Con quello vado dappertutto, con le altre è complicato, la commedia comica va nei teatri B, negli Stabili passano solo gli evergreen. Basta. Ma prima o poi cedo a qualche pezzo intramontabile, lo reciterò, anche male, non importa: per una volta voglio calpestare quelle sacre assi, e soffrirò perché non sentirò il pubblico ridere.
Ha partecipato a pochi film.
Purtroppo, ma il cinema non dipende da te, mentre con il teatro ci si organizza, c’è autonomia; sono due anni che ho girato il film con Zalone, successone vero, e da allora non mi ha più chiamato nessuno. Il cinema è misterioso. Un po’ è colpa mia: sono chiuso, non telefono, non chiedo, non mi propongo.
Pure per Proietti c’è stato poco cinema.
Alt! Lui è il più grande attore italiano. Ed è un maestro di recitazione specialmente sul comico. Ho lavorato con lui e una eccezionale Sabrina Ferilli a Roma, e lo stesso Gigi si stupiva perché seguivo tutte le indicazioni.
Tutte?
Perché di lui mi fido totalmente. È in grado di insegnare anche come muovere un dito, o un piede con il tempo giusto per prendere l’applauso e la risata.
Mestiere…
Sì, e sono in grado pure io, però lui lo sa trasmettere, mentre io no, perdo la pazienza.
Benedicta Boccoli afferma che le ha insegnato tantissimo.
Con lei è diverso, abbiamo condiviso molto e per molti anni, tutti i giorni, a lei sono riuscito a trasmettere il tempo comico, difficilissimo, perché lo devi sentire; è una frazione di secondo in grado di cambiare totalmente la percezione di una battuta.
Il “tempo” fondamentale nel caso dei Ricchi e poveri.
Quello sketch è andato in onda cinque volte e nel 1980, eppure la gente ancora mi ferma e mi urla ‘Brunetta dei Ricchi e poveri ti voglio sposare!’. Non solo, nel 1981-1982 feci un testo con Fo, L’opera dello sghignazzo, interpretavo un bandito. Al momento finale, quando sto per essere impiccato, uno dalla sala mi ha gridato ‘Brunetta…’.
Risultato?
Pathos distrutto, tutti sono scoppiati a ridere, compresi gli altri attori. A quel punto ho allargato le braccia e mi sono arreso. Comunque per ‘Brunetta…’, l’arma vincente è stato il silenzio prolungato prima dell’urlo. Volevo che il pubblico pensasse che gli si fosse rotto il televisore. Allora era inedito…
Anni dopo c’è stato il silenzio di Celentano a “Fantastico”.
Io presente e disperato. Provavo a ribellarmi, lo spronavo a parlare, ogni tanto sbottavo con ‘e dai! Di’ la battuta..’. Niente. Erano dei silenzi esagerati, ma lui è un grande pubblicitario di se stesso, eppure io insistevo: ‘Accorcia la pausa, accorcia….’. Macché. E aveva ragione: la gente restava incollata, lui sa come attirare l’attenzione.
Ha il polso.
A volte fingeva di dimenticare la battute, in altri casi la perdeva realmente. Furbissimo. Magari provavamo per cinque giorni, poi alla fine cambiava, ribaltava, io con lo stile del teatro, tutto più impostato, soffrivo quella liturgia.
Insomma, lei ha lavorato con Dario Fo prima del Nobel.
E nessuno di noi ci pensava, compreso lui. Però era talmente bravo che quando saliva sul palco, ed entrava in scena, era come se assieme a lui ci fossero altre venti persone. Dominava. Aveva uno straordinario senso dello spazio, ti costringeva a immergerti in un’altra realtà.
La coinvolgeva nelle sue battaglie politiche?
Quando l’ho conosciuto, e parliamo del 1980, stava scemando la fase acuta del suo attivismo, però quando lo andavi a trovare alla comune in corso XXII marzo a Milano, venivi perquisito. Sentirsi perseguitati, sempre in pericolo, gli dava un certo piacere, si sentivano maledetti e pericolosi. Ma il teatro, già allora, non aveva il potere di cambiare la realtà.
Lei è nato a Livorno, da famiglia livornese. Città comunista.
Non i miei. Mio padre votava repubblicano, amava La Malfa, sono cresciuto in un clima borghese, giro ristretto di persone dentro una città non ricca. Mia nonna ancora negli anni Cinquanta mi portava al mare con carrozza e vetturino, e guai a prendere il sole, era volgare.
Livorno è spesso raccontata da Virzì…
Mi è piaciuto molto, anche perché Ovosodo (titolo della seconda pellicola del regista) è il mio quartiere per il palio. Poi in un’intervista Paolo ha detto una cosa nella quale ho rivisto le mie origini: ‘I livornesi ti prendono per il culo, qualunque cosa dici o fai. È perenne’.
Torniamo al suo più grande successo: “Mi voleva Strehler”.
Con lui non ho mai lavorato, però ogni tanto mi imbucavo alle prove, un gigante come capacità di lavoro, un folle, prima amava gli attori, poi li odiava. Urlava. All’improvviso saliva sul palco, si metteva a recitare, caricava il personaggio, gigioneggiava, un guitto, poi toccava di nuovo all’attore e sottraeva rispetto a quanto impostato da lui. E la scena veniva benissimo.
Insomma, lei si infiltrava…
Nascosto perché non voleva nessuno. In teoria. Allo stesso tempo godeva nell’avere un po’ di pubblico. È stato un numero uno, ma senza senso dell’umorismo, non si è cimentato con il teatro comico.
Mai un contatto con lui?
Mandava i suoi assistenti per vedermi: ‘Andate, so che mi prendono in giro. Controllate’. Poi gli abbiamo spedito una cassetta, e dopo morto la sua compagna mi ha rivelato: ‘Giorgio l’ha vista, e un paio di volte ha riso’. Un miracolo.
Un collega sottovalutato.
Renzo Montagnani. Grande attore, doveva recitare qualunque film per mantenere il figlio, non stava bene, ma era bravissimo, il cinema lo ha un po’ snobbato. E poi aveva tutti i vizi dell’attore.
Quali sono?
Soprattutto la pigrizia. Abitava a Roma sulla Cassia, quando recitava al Valle (7 chilometri di distanza) dormiva in un albergo davanti al teatro, ‘magari c’è traffico e rischio di arrivare tardi’, la spiegazione. Il vero attore calca il palco almeno due ore prima, per paura, per ripassare, per entrare in contatto con lo spazio.
E anche con 40 di febbre…
Ovvio. Sa quante volte mi è successo? Per questo un attore, il vero attore, deve provare cosa vuol dire il teatro. È fondamentale. Il rito laico che si celebra ogni volta, il rapporto con il pubblico che ti aiuta o meno, ti condanna o ti assolve. Ti benedice. Mentre il cinema è freddo, una macchina. Marlon Brando affermava: ‘Il teatro lo fanno gli attori, il cinema i registi, la televisione gli altri’.
Con il cinema il suo tormentone è “Champagne” in “Rimini Rimini”.
Oramai è più celebre di ‘Brunetta’: uno sketch mio, con Sergio Corbucci (regista del film) felice, ogni improvvisazione lo divertiva, non aveva smanie di protagonismo. Ed è raro. Poi con lui c’era una certezza: arrivati alle sette di sera si rompeva le palle, fermava la truppa al grido ‘basta con la cultura, si va a mangiare’.
Un tipo pratico…
Molto. Poco tempo dopo giriamo Roba da ricchi, anche qui con Paolo Villaggio. Scena finale, ci guarda e con faccia seria ci dice: ‘Dobbiamo chiudere il film, facciamo che diventate froci e andate verso il mare’. E noi: ‘Sergio abbiamo girato lo stesso identico finale in Rimini Rimini!’. ‘Non rompete, va benissimo’. Si era stufato. Era simpatico, un amico.
La scena di “Champagne” era con Laura Antonelli…
Donna meravigliosa, da restare a bocca aperta, da star male. Ed era anche brava come attrice, ho visto tutti i suoi film. E poi sentivo di amarla, ma non ero ricambiato.
Ha lavorato con un regista importante come Dino Risi.
Con lui ero ne Il commissario Lo Gatto e giravamo nel porto di Favignana. Sul porticciolo vede un vecchio pescatore che aggiustava una rete, un uomo bruciato dal sole, senza età. Si avvicina, e molto milanese attacca: ‘Scusi, lei è un vecchio pescatore, stiamo girando un film, conosce qualche canzone, qualche nenia locale? (mentre racconta Micheli fa la erre moscia). Ci canti qualcosa’. Il pescatore inizia. ‘Bravissimo! Lei un grande!’ Poi si gira rivolto a noi: ‘Avete visto? A confronto non sapete far un cazzo, guardate! Ed è un pescatore…’.
Voi zitti.
Per forza. A quel punto Dino prepara il pescatore: ‘Stia attento, quando dico azione lei deve cantare. Azione!’. Niente. ‘Azione!’. Niente e per tre volte. Alla fine come si era innamorato, così si è infastidito: ‘Lei è un cane e cretino!’. Il bello è che il pescatore non si è accorto quasi di nulla.
Cosa invidia nella vita?
Quelli che riescono nel cinema. Il film è un’arte superiore. Resta.
È interessato a restare…
Mi fa male buttare via tante intonazioni. Sa quanti suoni sono incollati sul soffitto del teatro di Carpi o di Bari? Quante vibrazioni sprecate? La pellicola rimane, non dura un attimo. Un esempio? La differenza tra Fellini e Strehler è che del primo c’è tutto, del secondo no.
Magari la richiama Zalone.
Ragazzo spiritoso, intelligente, barese levantino, furbo. Come me, quando è fuori dal palco e non ha i riflettori, diventa silenzioso, non ama parlare, ascolta, magari suona la chitarra. Niente più. Però non ci sentiamo.
E cosa le dispiace?
A volte di non avere la battuta pronta. Mi viene a casa durante la notte o il giorno dopo. E mi innervosisco. Però va bene così, nella vita non sarei riuscito a inventarmi altro. Che ore sono?
Le 21 e 30, circa.
Ora di andare al ristorante. A casa, solo, non ci riesco proprio a stare.