il Fatto Quotidiano, 21 maggio 2017
Missione avvocato: dal caso Valpreda a Giorgiana Masi
Il 21 febbraio 1978 l’avvocato Luca Boneschi, 39 anni, scrisse al Corriere della Sera: “Giorgiana Masi non fu uccisa durante gli scontri tra dimostranti e polizia, ma allorché cercava di salvarsi dalla polizia che – in assenza di scontri – caricava sul ponte Garibaldi con lacrimogeni e armi da fuoco. Mi assumo, ovviamente, la piena responsabilità di quanto affermo”. Giorgiana Masi, 18 anni, venne uccisa a Roma il 12 maggio 1977, da un proiettile sparato ad altezza uomo mentre scappava verso Trastevere; dalla parte del ponte su via Arenula c’erano le forze dell’ordine e, fra loro, alcuni agenti in borghese, vestiti come i giovani manifestanti. Era il giorno in cui il ministro dell’Interno Francesco Cossiga negò ai Radicali di Marco Pannella ed Emma Bonino, non-violenti per definizione, piazza Navona per la festa dell’anniversario della vittoria pro divorzio e la raccolta firme per altri referendum, tra cui la consultazione sull’aborto.
Quella di Luca Boneschi è una storia nella storia, dimenticata, oscurata, insultata, a cui finalmente è stato restituito l’onore grazie al prezioso libro di Concetto Vecchio Giorgiana Masi. Indagine su un mistero italiano (Feltrinelli).
Boneschi proviene da una famiglia della borghesia illuminata milanese – lo zio Mario dopo la Resistenza è stato in Assemblea Costituente per il Partito d’Azione – e nel Sessantotto, giovanissimo, difende i ragazzi del movimento studentesco, sarà poi l’avvocato degli anarchici e di Camilla Cederna. Insieme ad altri legali costituisce il Comitato di difesa e lotta contro la repressione. “Brucia di passione civile – scrive Concetto Vecchio –. Assume la difesa di Pietro Valpreda e dei suoi parenti nel primo processo davanti alla Corte d’assise di Roma. È impegnato da quattro anni alla Corte d’assise di Catanzaro, dove il processo per piazza Fontana è stato trasferito dopo un ping pong tra Milano-Roma-Milano, quando giunge la chiamata per assumere la parte civile della famiglia Masi. Non lo hanno chiamato a caso. Ha trascorso gli ultimi anni a cercare l’assassino di Roberto Franceschi, lo studente di 21 anni della Bocconi ucciso da un colpo della polizia nel luglio del 1973 a Milano. Una vicenda oscura che ha molte analogie con la morte di Giorgiana. È questo precedente professionale, unito alla militanza radicale, a segnalarlo: Giorgiana e Roberto furono entrambi colpiti alle spalle mentre cercavano riparo da una carica. Accetta senza pretendere mai alcun compenso”. A Concetto Vecchio dirà: “Nel caso di Giorgiana partivamo da zero, era un’impresa disperata. Ma se il tribunale avesse accertato che a sparare e a uccidere erano state le forze dell’ordine, pur senza individuare il singolo poliziotto che aveva sparato, avremmo potuto chiedere al ministero competente il risarcimento del danno”. Come era già avvenuto nel processo Franceschi, soldi ma soprattutto l’ammissione di colpevolezza da parte dello Stato. Stiamo parlando di anni bui, di un contesto di lotta armata e di violenze ben raccontato nel libro di Vecchio, con la precisione dello storico e la capacità di emozionare del grande cronista.
La chiave della vicenda Masi sta nelle perizie, ripeteva Boneschi, e nel libro la ricostruzione è accurata. Ma non ci sarà mai, come noto, un processo, perché nel 1981 il giudice Claudio D’Angelo archivia tutto. Un processo lo subisce Boneschi, insieme all’allora direttore del Messaggero Vittorio Emiliani, per delle dichiarazioni rilasciate dall’avvocato a Radio Radicale, riprese poi dal Partito radicale attraverso un comunicato pubblicato dal giornale romano. Sono parole di delusione che per D’Angelo, impegnato dal 1976 nella lotta al terrorismo, suonano però come un insopportabile affronto e a cui seguono telefonate di minacce. Il processo penale si risolse con un’amnistia ma quello civile proseguì addirittura fino al 2008 e Boneschi alla fine fu condannato: 35 mila euro, di cui 18 mila per le spese processuali. L’unico condannato nell’ambito della storia scaturita dall’omicidio di Giorgiana Masi è stato quindi Luca Boneschi. Nel 1982, il 12 maggio, Boneschi fu deputato per un solo giorno, primo dei non eletti nelle liste radicali alle Politiche del 1979. Diede le dimissioni, subito accettate, per non beneficiare dello scudo dell’immunità parlamentare, per difendersi nel processo e non dal processo. Ma questo non gli ha evitato di essere inserito da Mario Giordano nella lista nera delle pensioni d’oro dei parlamentari nei libri Sanguisughe (2011) e Spudorati (2013). Adesso, almeno, Concetto Vecchio restituisce alla storia di Boneschi – morto nell’ottobre del 2016, ha fatto appena in tempo a leggere le bozze – quel che merita uno straordinario esempio di eroe civile.