Il Sole 24 Ore, 20 maggio 2017
Le scelte che hanno frenato il Sud
Ricorrono venticinque anni da quando, dopo la firma del trattato di Maastricht del febbraio 1992, il governo presieduto da Giuliano Amato decise di sopprimere entro il dicembre 1995 il ministero del Mezzogiorno con l’annessa Agensud, per evitare così i rischi politici derivabili da un apposito referendum. Nel contempo si diede corso a un sistema di interventi ordinari a favore delle aree depresse e di quelle in declino industriale, in base alle direttive comunitarie in materia di concorrenza.
Si concluse così una lunga epoca iniziata nel 1950 con la Cassa del Mezzogiorno e se ne aprì un’altra su cui è oggi opportuno fare il punto, con riferimento ai due obiettivi preminenti che s’intendevano conseguire e che permangono comunque tuttora. Il primo dei quali consisteva nel riordino dei conti pubblici, in quanto, con una popolazione pari al 36% di quella nazionale, il Sud riceveva il 35% della spesa pubblica ripartita regionalmente ma contribuiva solo per il 18% alle entrate fiscali. Il secondo obiettivo era di circoscrivere l’ambito delle procedure discrezionali che favorivano una congerie di pratiche clientelari, e di responsabilizzare le istituzioni locali mediante adeguate forme di decentramento e autonomia funzionale.
Va detto innanzitutto che ci vollero più di tre anni per completare la nuova normativa. Nel frattempo la contrazione dei trasferimenti pubblici al Sud provocò, in presenza di una fase recessiva, la perdita di 600mila posti di lavoro. È vero che la crisi colpì pure il Centro Nord ma non così intensamente come nel Mezzogiorno, che avrebbe continuato ad annaspare anche nel successivo decennio, salvo brevi sprazzi di ripresa.
Di fatto, quando nel maggio 2007 Bankitalia stese un bilancio complessivo di quel periodo riscontrò un peggioramento delle condizioni del Sud, con un Pil pro capite pari a nemmeno il 60 per cento di quello del Centro-Nord e un tasso di occupazione più basso di 19 punti. D’altronde, mentre dal 2000 gli investimenti pubblici pro capite erano stati largamente inferiori a quelli nel Centro-Nord, le entrate fiscali risultarono in media superiori, in quanto, a causa delle minori risorse disponibili, gli enti locali avevano calcato di più la mano sulla propria capacità di imposizione fiscale. Senza peraltro fornire servizi pubblici analoghi, a parità di reddito, a quelli erogati altrove.
Tuttavia, secondo il rapporto di Bankitalia, l’accresciuto divario con le altre due sezioni del Paese andava attribuito anche a un’insufficiente attitudine alla “cooperazione e alla fiducia”, a “un costume diffuso di noncuranza delle norme” e a una scarsa formazione di “capitale umano”. Del resto, sopravviveva pur sempre al Sud una congerie di reti clientelari all’ombra di varie “confraternite politiche”, unitamente al peso opprimente della criminalità organizzata.
Peraltro alcune località dell’Abruzzo e del Molise, della Campania e della Puglia avevano imboccato la via dello sviluppo per iniziativa di numerose piccole-medie imprese, e non più soltanto, come era avvenuto per lo più in passato, per opera di alcuni grossi complessi della mano pubblica. Ma occorreva per il futuro spostare l’accento dalla quantità delle risorse alla qualità dei risultati e valorizzare in pieno i fondi strutturali europei.
Senonché, proprio quando la crisi esplosa nel 2008 avrebbe dovuto imporre un’efficace strategia complessiva per scongiurare il pericolo che la nostra economia affondasse in una prolungata recessione, le vicissitudini del terzo governo Berlusconi ma pure le astiose quanto strumentali polemiche, da un lato, sul Sud come “perenne palla di piombo” al piede del Nord, e viceversa sul Sud quale “reiterata vittima delle depredazioni” del Nord concorsero ad appannare la vista sui problemi di fondo del Paese.
L’Italia stava infatti scontando, nel suo insieme, i prezzi dell’assenza di un’adeguata politica industriale per fattori propulsivi, volti allo sviluppo dell’elettronica e dell’informatica, delle telecomunicazioni e della “banda larga”, dell’energia e della “chimica verde”, dei trasporti e della logistica. Che era quanto tarpava da un pezzo le ali della nostra economia.
Oggi il fatto che numerosi commentatori (ma pure il governatore della Puglia Michele Emiliano, candidato alle primarie del Pd) abbiano attribuito a un accentuato malessere economico e sociale la marcata prevalenza nel Sud dei “no” nella consultazione referendaria dello scorso dicembre, ha rispolverato in alcuni settori dell’opinione pubblica l’assunto convenzionale di un Mezzogiorno continuamente derelitto ed emarginato. In realtà, come vedremo in un prossimo intervento, adesso le cose non stanno realmente a questo modo.
(Primo di due articoli)
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Dal Sole del 25.05.2017
Vari segnali positivi rilevati nel dicembre 2016 (da Confindustria, Cerved e Svimez) inducono a ritenere che oggi la situazione del Sud è diversa da quella che viene percepita in genere e data per scontata, come si trattasse di una realtà priva di vitalità e negletta.
Innanzitutto va detto che, secondo l’Istat, il Pil è cresciuto nel Mezzogiorno nel 2015 di mezzo punto in più di quello registrato nel resto del Paese, dopo sette anni di crisi ininterrotta durante i quali il Pil del Sud è calato del 12,3%, ossia di cinque punti in più rispetto al Centro-Nord. È vero che non tutte le Regioni meridionali hanno conosciuto un analogo incremento del Pil. Tuttavia è significativo il fatto che da allora ai primi novi mesi dello scorso anno la crescita del prodotto (in termini di valore aggiunto) rispetto al resto della Penisola sia avvenuto in quasi tutti i settori: in particolare, nell’agricoltura, nelle costruzioni e soprattutto nell’industria manifatturiera dove si è registrato un miglioramento della produttività.
Naturalmente permangono in via generale elevati divari fra le regioni meridionali e quelle centro-settentrionali. Altrettanto evidenti sono tuttora gli elementi di criticità di ordine strutturale, finanziario e ambientale. Ma non si è verificata quella sorta di desertificazione industriale del Sud che si temeva e si dava per inevitabile. Né si è manifestata una carenza d’iniziativa imprenditoriale che in tanti consideravano congenita. Non si spiegherebbe altrimenti come mai, a cominciare dal settore industriale, abbia ripreso a crescere il numero delle imprese: sia quelle di capitali, sia giovanili e start up innovative, nonché quelle in rete. Inoltre è aumentato il fatturato delle aziende a partecipazione estera, soprattutto in Campania.
Che il Sud si sia rimesso in marcia negli ultimi due anni è attestato anche dal trend dell’export, giunto nei primi nove mesi del 2016 a registrare un aumento (al netto dei prodotti petroliferi raffinati) del 9,6%; e ciò grazie a un miglioramento delle performance sui mercati internazionali di comparti come l’automotive e altri mezzi di trasporto, l’elettronica, la farmaceutica e l’agroalimentare.
Tanto che le esportazioni del Meridione hanno recuperato interamente i livelli pre-crisi, grazie in particolare alla loro crescita verso diverse piazze della Ue e gli Stati Uniti.
In questo contesto il punto debole rimane l’andamento dell’occupazione che, pur in via di lievitazione nel corso del 2016, è ancora ben lontano dall’aver colmato gli effetti della crisi prolungatasi dal 2008, che ha visto l’espulsione di 430mila unità, oltretutto di personale in gran parte qualificato e di laureati. A farne di più le spese sono state la Calabria, la Sicilia e la Campania (con tassi di disoccupazione che oggi superano mediamente il 20%).
Alla riduzione di una quota così elevata di disoccupati e di quella della popolazione inattiva possono concorrere le misure adottate recentemente sia per una crescita degli investimenti sia per un utilizzo al meglio (senza più sprechi e ritardi) dei fondi europei e di quelli nazionali.
D’altronde il fatto che sia stato ricostituito, su nuove basi e al fine della “coesione territoriale”, il ministero del Mezzogiorno (affidato a Claudio De Vincenti) dovrebbe portare a un coordinamento complessivo sotto un’unica regia, in grado quindi di superare sia certi “colli di bottiglia” burocratici sia determinate carenze progettuali in sede locale, degli interventi programmati in funzione di una ripresa in forze delle regioni meridionali.
Fra gli impegni in atto e quelli previsti dall’odierna Legge di bilancio figurano il potenziamento del credito d’imposta per le imprese private che investono in beni strumentali nel Sud (per circa 617 milioni annui di risorse disponibili), il rafforzamento degli investimenti pubblici nelle infrastrutture, i piani attuativi del Masterplan per un impiego in forma integrata di tutte le fonti finanziarie attraverso un’opera concertata fra Governo e Regioni, e il Piano nazionale industria 4.0, che dovrebbe accrescere anche nel Mezzogiorno la competitività del sistema economico attraverso il digitale, la ricerca e l’innovazione.
C’è dunque parecchio filo da tessere. Ma perché trama e ordito producano più crescita e occupazione, più valore aggiunto e patrimonializzazione delle imprese, è necessario un gioco di squadra, una convergenza di intenti fra tutti gli attori (istituzioni pubbliche, amministrazioni locali, operatori economici, sindacati ed enti formativi). Ma anche la messa al bando di una sindrome ricorrente quanto autolesionista come una miscela sterile di pessimismo e frustrazione.
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Secondo di due articoli Il precedente è stato pubblicato il 20 maggio
Valerio Castronovo