Tuttolibri, 20 maggio 2017
«A quell’uomo con la barba regalo la mia voce ogni giorno: si chiama Luis (Sepúlveda)»
Davanti alla scrivania ho la foto di un uomo robusto con barba e capelli neri. Ha occhiali scuri, un giubbotto di pelle e sorride in mezzo a un fiume di pecore bianche. Dietro di lui si stende il grigio tenue di una prateria tagliata da recinti precari, pezzi di legno e filo spinato. L’uomo allarga le braccia ed è come se quel gesto aprisse la foto, la spiegasse davanti al mio sguardo. L’orizzonte non si vede, ma io so che è ampio, sconfinato, perché siamo in Patagonia.
Quell’uomo robusto con barba e capelli neri si chiama Luis Sepúlveda e mi ha tenuto compagnia per vari anni della mia vita: ogni mattina mi sono seduta a tradurre le sue storie fino a sera, venticinque libri, un buon numero di poesie, due sceneggiature e non so più quanti articoli che hanno dato il loro respiro, il loro colore alle mie giornate, un filo di parole così lungo da legare per sempre a lui quei pezzi del mio passato: figli che nascevano, genitori che morivano, gioie e dolori della vita.
Una vecchia metafora sostiene che tradurre è come mettere i piedi nelle orme dell’altro, ed è grande lo sforzo per misurare esattamente il passo, perché sia di quella certa lunghezza, ora così pesante ora così leggero sulla sua terra latinoamericana. A volte manca il terreno sotto i piedi: quella prateria è fatta di erbe che non hanno nome in italiano e quell’estate accecante splende durante il nostro inverno. A volte lo smarrimento è più sottile: perché lo scrittore ha preso quel passo, perché si è avviato proprio su quel sentiero fra tutte le strade che poteva battere nella sua lingua, nella sua letteratura? L’inseguimento si fa più complicato, non basta studiare il paesaggio, c’è bisogno di ascolto. Allora, nel silenzio, risuona piano la voce di un assente, che racconta di altri e di sé e, come sempre accade, racconta di sé anche raccontando di altri. Claudio Magris ha detto che «per tradurre un colore che cala una sera su un’ansa di un fiume, bisognerebbe in qualche modo sapere cosa è stato quel vissuto, in quella sera». Credo che sia a questa intimità estrema, quasi spaventosa, che tendono tutti i traduttori, pur accontentandosi alla fine di semplici presentimenti, piccole intuizioni, minuscole scoperte.
A volte, nel tentativo di poggiare meglio il piede, specie quando lo scrittore ormai è mancato, come Roberto Bolaño, il passo del traduttore si fa concreto. Ho attraversato Venezia nel gelo di gennaio – Lista di Spagna, campo San Geremia, ponte Guglia, Fondamenta della Pescaria, calle del Ghetto Vecchio, campo del Ghetto Nuovo, Fondamenta degli Ormesini, calle Turlona – ripercorrendo la strada che portava la baronessa von Zumpe dal Danieli a Cannaregio, in 2666, per far l’amore con Arcimboldi e poi affacciarsi nuda alla finestra a veder nevicare sui canali. A Barcellona ho bevuto birra nel bar di Bolaño, il Cèntric del Raval. E nel DF ho preso un café con leche all’Habana, sono salita nei bagni al secondo piano della Facoltà di Lettere della UNAM, dove Auxilio era rimasta chiusa in Amuleto, e ho sentito in faccia il vento che soffia la sera nei viali e in tante pagine tradotte.
Qualche volta l’intimità di carta che lega il traduttore allo scrittore è scossa da un incontro reale. La prima volta che ho incontrato Luis Sepúlveda è stato più di vent’anni fa e potrei raccontarvi dell’ansia che mi tenne compagnia durante tutto il viaggio dalla colline toscane a Milano, perché un traduttore viene accolto con tenace diffidenza, non è di casa né di qua né di là dal confine che separa due lingue, due mondi, ed è sempre in precario equilibrio sul crinale sottile che divide fedeltà e bellezza.
Potrei dirvi del batticuore che quella sera mi prese nella hall del Manin quando dall’ascensore uscì un uomo robusto con barba e capelli neri uguale preciso alla foto di Sepúlveda pubblicata sui giornali. Potrei dirvi dello sguardo interrogativo che lui mi rivolse, dell’esitazione nella mia voce quando mi presentai, e dell’abbraccio da orso con cui quasi mi sollevò da terra mentre mi ringraziava per avergli prestato la mia voce davanti ai lettori italiani. Non traditrice, ma compañera de camino.
Se le fotografie mostrassero anche l’altro lato e cioè la scena che ha davanti l’uomo con la barba e i capelli neri, so che vedrei un uomo magro, vestito di scuro, con la barba e i capelli rossi resi grigi dal bianco e nero, Daniel Mordzinski, il fotografo che l’ha scattata. Da quella sera di vent’anni fa, a Milano, Luis Sepúlveda non ha mai mancato di farmi sedere alla sua tavola, accanto a Daniel, a Pelusa, a Bruno, agli amici di tanti paesi lontani, per chiacchierare davanti a un bicchiere di vino. Sarà così anche questa sera, e io non potrei essergli più grata per la strada percorsa insieme.