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 2017  maggio 20 Sabato calendario

Intervista a Milo Manara: «Oltre i confini della bellezza»

Se da un foglio bianco deve far sbocciare una delle sue conturbanti fanciulle, Milo Manara comincia dai due tondini dell’iride. Perché sono gli occhi il baricentro della bellezza per il grande maestro del fumetto italiano che oggi è al Salone del Libro a parlare di viaggi e sodalizi intellettuali (Fellini, Pratt, Jodorowski). Lo accompagna il nuovo, sontuoso cofanetto che raccoglie le sei storie di Giuseppe Bergman, il suo eroe più celebre, un semi-alter ego, che cerca avventure nel mondo dall’Amazzonia all’inferno dantesco per sfuggire alla vita piatta. Lo disegnò dal 1978 al 2004, amalgamando fantasia, scenari esotici, citazioni colte (da Pirandello a Omero a Böcklin). Sta lavorando al secondo volume su Caravaggio («impetuoso, ribelle, suscettibile, rissoso, insomma un genio»), e al monumento per Brigitte Bardot che sarà scoperto a settembre a Saint Tropez. Lei, BB, il simbolo della bellezza più prorompente e libertaria dei Sixties, gli si è rivolta personalmente da quando, ottantenne, non vuole più essere fotografata. Le sue matite hanno avuto il privilegio di immortalarla nel metallo, come una venere accoccolata che esce da una conchiglia (sta per essere colato a Pietrasanta), e in un ventina di illustrazioni usate in un libro benefico per gli animali.
«Senza disegnare non potrei vivere, lo faccio ogni giorno, altrimenti perderei la fluidità dei movimenti, quella che permette alla mano di andare da sola e ricostruire l’immagine che ho in testa senza pensare», dice Manara. Per arrivare al suo studio, in una villa tra i vigneti di valpolicella, s’attraversano filari altrettanto fitti di libri per varie stanze. Sul tavolo tiene matite, colori, un libro di Bukowski (Il ritorno del vecchio sporcaccione) appena regalato («è un grande, seppure un po’ ripetitivo tra birre, cavalli e donnacce»). Intorno, una messe di oggetti disparati, macchinine, statuette, zavagli. Non detriti di un accumulatore seriale ma dettagli di vita, dalla Maserati («da giovane mi piaceva guidarla») alla statuetta di un presepista che l’ha immortalato. L’unica vera passione collezionistica, confessa, è per i coltelli («Perché? Freud potrebbe tirare fuori qualche interpretazione, ma io non so cosa rispondere»). Ne ha decine, appesi alle pareti o chiusi nei cassetti. Soprattutto coltellini svizzeri («non mi piace il coltello come arma, bensì come utensile per mille usi»), ma anche un kriss malese, quello celebrato da Salgari («non devi mai estrarlo dal fodero se non lo usi»), spade, scimitarre, pugnali nepalesi... Dai vetri si scorge il verde dei colli veneti un tempo anche ricchi di marmo. Tutto è ovattato da un tiepido silenzio.
Perché ha scelto l’erotismo come cifra della sua arte?
«Ho cominciato da lì, con i fumettini sexy che mi chiedevano per far sognare caserme e carceri (e che oggi fanno tenerezza). E poi perché l’erotismo ha una parte enorme nella vita. Almeno il 50%. E mi sono sempre stupito come nella narrativa o nel cinema questo 50% non fosse presente. Anzi. Spesso la percentuale era zero. Dato che l’arte racconta la vita, non c’è motivo di amputare questo aspetto. Sì, certo, era una censura. Ma le censure si combattono».
Dove nascono le sue bellissime donne?
«Da attrici e modelle dell’immaginario collettivo. Ma anche da ragazze viste per strada. Che poi reimpasto in un unico archetipo».
Qual è la parte del corpo femminile che disegna meglio?
«Il viso. Se sbaglio gli occhi, rifaccio tutto, non importa se le braccia sono troppo corte o il sedere poco tondo. Quando lo sguardo funziona, la seduzione è a posto».
Perché?
«Non dobbiamo dimenticare che le figurette sono solo un groviglio di segni. E serve una grossa complicità autore-lettore per far finta che un tratto di matita sia una gamba, un orecchio, un seno. È un filo che passa attraverso lo sguardo».
Sì è mai innamorato delle donne che disegna?
«Tipo pigmalione?… Sì, lo confesso, ma prima di disegnarle. Disegnare è un atto d’amore. Un gesto erotico. La matita che scorre sul foglio dà forma a sogni e desideri».
Come ricorda Giuseppe Bergman, il suo alter ego di quarant’anni fa?
«È la cosa più bella, perché è stato il primo fumetto di cui ho scritto i testi. Mi ha cambiato il destino, perché quando un autore scrive non dipende più da nessuno, e la sua stessa vita diventa spunto di racconto. Ho cominciato a viaggiare per trovare ispirazione e personaggi che poi calavo nelle vignette».
Uno dei personaggi era H.P, il suo amico Hugo Pratt
«Bergman voleva verificare se l’avventura alla Corto Maltese fosse ancora possibile in un mondo omologato dal mercato. Nel deserto cercavi l’infinito e rischiavi di finire sotto un’auto della Parigi-Dakar. L’Amazzonia era violentata dai cercatori d’oro; i paradisi esotici trasformati in villaggi vacanze».
C’è anche malinconia per la fine degli anni ’60?
«Il ’68 ha inciso molto sul costume, la mentalità, la morale. Ma non è riuscito a cambiare il mondo come si sarebbe voluto. Ho vissuto tutta la trafila di quegli anni all’università, persino le legnate della polizia in Piazza San Marco. Era un vento gioioso e utopistico, quello che spirava da Berkeley, dal maggio francese. Ma nel ’69 ci siamo risvegliati con le bombe di piazza Fontana. L’inizio del terrorismo, della violenza, di qualcosa di cupo. Nei primi “viaggi” di Bergman c’erano sessantottini che hanno deposto le armature per andare in India a meditare e c’era un omaggio a Macondo. Dopo anni di confronto con la realtà, ove tutto era politico, il realismo magico di Marquez, rappresentava un’oasi di fantasia in cui rifugiarsi, dove tutto era vagheggiato, sognato, meno impegnato».
Avrebbe potuto immaginare una vita diversa?
«No. forse avrei potuto fare il pittore. Ma non ho avuto il coraggio, perché la mamma mi diceva che è troppo aleatorio. E comunque il mio karma era segnato, perché sono rimasto folgorato dai fumetti».
Quando è successo?
«Da giovane lavoravo nella bottega di Miguel Berrocal, uno scultore spagnolo che realizzava opere componibili, fatte anche da 50 pezzi che si incastravano l’uno nell’altro. Quando le vendeva accludeva un libretto di istruzioni. Io disegnavo gli esplosi. Sua moglie, una francese, si faceva arrivare tante cose da Parigi, e un giorno vidi Barbarella: capii che avrei voluto fare solo quello nella vita».
Da ragazzo leggeva fumetti?
«Pochissimo, perché mia madre, che era una maestra, li considerava deleteri, diseducativi al massimo. E ne proibiva l’ingresso in casa. Ogni tanto li sfogliavo dagli amichetti».
E perché la Barbarella di Forest le ha fatto capire che la sua vita creativa sarebbe passata dai fumetti?
«Il fumetto offre la possibilità di raccontare qualsiasi cosa. Fantasia. Stupidaggini. Ho sempre considerato l’immagine in chiave narrativa, mai fine a se stessa. Da ragazzino ero innamorato di Caravaggio perché è un narratore. Ogni suo quadro è una storia. La zingarella che imbroglia, i giocatori di carte che barano, il boia crudele che estrae il coltello per tagliare l’ultimo lembo di carne dal collo di Giovanni Battista».
Caravaggio è il pittore più amato?
«Sì, ma per antitesi. Perché la mia vocazione sarebbe tutt’altra: Botticelli, con la sua pittura decorativa, disegnata. Caravaggio non disegnava mai, anzi, detestava il disegno. Lo scoprii da piccolissimo su un catechismo. Passavo ore a osservare la riproduzione in bianco-nero della “Crocifissione di San Pietro”, chiedendomi come facessero ad avere la macchina fotografica ai tempi di Gesù, perché era di un realismo più che perfetto».
Un altro pittore amato?
«Il metafisico De Chirico. Ne ero talmente invaghito che a 16 anni partii per Roma in autostop perché avevo letto che abitava vicino a Trinità dei Monti. Rimasi seduto giorni sulla scalinata sperando di incontrarlo. Non passò».
Dove si è formata la sua immaginazione bambina?
«In casa c’erano molti libri. Ma la mia preferita era l’Enciclopedia dei Ragazzi Mondadori anni 30. Li vede quei volumi sgangheratissimi lassù? [dice indicando uno scaffale in alto] Sono l’unico ricordo che mi sono portato dalla casa dei genitori. La sfogliavo per ore. Un serbatoio di immagini infinito. Amavo anche i grandi classici illustrati per bambini che mi leggevano i fratelli maggiori, Melville, London, Salgari, Conrad. E poi due libri tremendi Il flagello della svastica, e Si fa presto a dire fame, sui campi di sterminio. Le fotografie della Shoah mi turbavano prima di capire che cosa fosse».
Che cos’ha voluto raccontare di Caravaggio?
«Sono partito dal suo quadro più sconvolgente. La morte della vergine. Per i cattolici la vergine non muore, viene assunta in cielo, con tutto il corpo. Un trionfo. Come la dipinge Tiziano, salutata dagli apostoli, con gli angeli, intorno, la luce, la vittoria della vita sulla morte. Caravaggio invece dipinge una donna che pare definitivamente morta, senza alcuna possibilità di resurrezione, niente di niente. Perché usò come modella il cadavere di una giovane prostituta morta annegata, una cosa quasi blasfema. Ma consueta per lui: faceva casting felliniani in strada, scegliendo modelli tra i poveracci, i delinquenti, fermandosi su piedi sporchi e labbra livide. Volevo raccontare la storia di questo quadro e della ragazza, Anna Bianchini, che Caravaggio frequentava e del suo magnaccia, che uccise prima di fuggire da Roma».
A chi è ispirato il suo Caravaggio a fumetti?
«Ha il volto di Pazienza, perché i suoi occhi scuri, le sue sopracciglia folte – come viene descritto – me lo ricordavano. E soprattutto la sua esistenza eccessiva. Caravaggio non aveva 40 anni quando è morto. Andrea 32. Ci sono esseri che vivono come se l’esistenza bruciasse da due estremità. Più luminosa ma più breve».
Lei che cos’ha fatto con le fiamme della vita?
«Le ho tenute a bada. Non mi buco, non ho stravizi, bevo moderatamente. Conduco un’esistenza monotona e morigerata, soprattutto da una certa età in poi. Ho scelto la qualità dell’arte».