La Stampa, 21 maggio 2017
Daniel Colen: «Le mie opere sono esperienze spirituali»
Daniel Colen è un artista che vive a New York. Crea sculture, dipinte con materiali di scarto, quadri ispirati a graffiti e installazioni. La serie Purgatory è ora esposta alla MDC, la Galleria Massimo De Carlo a Milano, fino al 14 giugno. L’ho intervistato nel suo nuovo studio a Red Hook, Brooklyn, due grandi piani di un edificio in mattoni rossi affacciato sull’acqua.
Dan, le sue nuove opere rappresentano deserti, pietre, cactus, la solitudine e la luce. Come nascono questi paesaggi, qui, di fronte a Manhattan?
«Divido il mio tempo e la pratica in studio tra New York e la mia fattoria nella contea di Columbia. Il rapporto con la natura è molto importante. Ho passato un sacco di tempo girando l’America e l’Europa. Detto questo, la città è da sempre importante. Dopo la mia prima mostra a Rivington Arms nel 2003 di dipinti fotorealisti di interni, ho avuto l’ispirazione di dipingere paesaggi, ma ho seguito una necessità diversa: uscire dai confini della pittura bidimensionale. Ho cominciato a fare sculture e a lavorare con materiali meno tradizionali, così sono arrivati questi paesaggi».
Che cosa ha fatto?
«Ho fatto due pezzi architettonici, simili a rovine. Uno era il muro del mio amico Dash e l’altro, intitolato Hugs, Drugs and Bugs, sembrava una grande cassa di legno, una struttura ispirata a Vampires’ Picnic di Jeff Wall. Queste opere mi hanno portato alla serie delle Boulder, le sculture a forma di macigno che ho esposto alla Biennale di Whitney nel 2006».
Come ha deciso di fare opere d questo genere?
«I macigni di cartapesta che realizzavo all’epoca erano ricoperti di guano, come di chewing gum o di pittura spray. E il guano e la gomma da masticare mi sono subito sembrati degni di un esplorazione più approfondita. È cominciata così una fascinazione che sento tuttora: l’idea che un dipinto sia un’immagine. ma anche un oggetto».
Le sue opere sono figurative o astratte?
«Ho cominciato adoperando figurativo e astratto simultaneamente. Cercavo di stare in equilibrio sul limite, tenendomi sempre un passo indietro rispetto a un uso palese di entrambe le forme di rappresentazione. Questo si combinava in modo naturale con il mio interesse per il trompe-l’oeil. Dare pari valore al contenuto (foto, narrativa, tema), al processo e ai materiali è diventato un principio guida nelle mie ultime opere».
E hanno avuto successo?
«Le serie Birdshit e Bubblegum sono state molto importanti per la mia evoluzione. Hanno trasceso i miei obiettivi originari. Entrambi i gruppi di opere all’inizio erano concettuali e si sono trasformati in astrazioni liriche».
Quando ha inventato la famosa serie delle «Candele»?
«Nel 2004, subito dopo la mia prima mostra. È l’immagine di una candela che si è appena spenta. Lo spazio del dipinto appare ancora come leggermente illuminato dalla luce che emana dallo stoppino. Per me è una luce divina, come il roveto ardente: un luogo per comunicare con Dio. Era un fermo immagine da Pinocchio: il tavolo di lavoro di Geppetto, il luogo dove un artigiano porta alla vita un oggetto inanimato».
È stato influenzato anche da Vermeer?
«Ho creato un’opera da un dettaglio di un dipinto di Vermeer, il globo di vetro che pendeva dal soffitto ne L’Allegoria della Fede. Mi piaceva che Vermeer l’avesse dipinto in modo così semplice e preciso. Purtroppo si è rivelato un soggetto meno fertile e così mi sono dedicato alla serie delle Candele. Ho aggiunto un filo di fumo formato da parole: ogni dipinto aveva una parola o una frase diversa. Mi rendo conto che queste opere sono molto mediate. Il mio tocco è stato preceduto da tutto un percorso di altri mestieri e tocchi: animatori, fotografi, stampatori... e poi finalmente pittura ad olio».
Dipinge da solo?
«Ho iniziato da solo in una stanza, ma poi le mani degli amici mi hanno aiutato a finalizzare i progetti».
Quando è cominciato il suo successo?
«Non saprei dire. La Biennale di Whitney nel 2006 è stata importante».
Le sue opere sono diventate molto costose. I soldi le hanno cambiato la vita?
«Come dice Biggie Smalls : “Più soldi, maggiori problemi.” I soldi sono serviti a occuparmi della mia arte in modo pù focalizzato».
Il successo la preoccupa?
«A volte sì. Ma mi permette di esprimermi liberamente».
A che cosa sta lavorando?
«Sono concentrato su nuovi dipinti a olio, tutti paesaggi. In questi anni ho anche messo a punto un progetto ambizioso, basato su una performance. È stato un lavoro lungo, ma a breve dovrei iniziare le prove con gli attori e gli oggetti».
A Milano esporrà i suoi nuovi dipinti della serie «Purgatory». Di che si tratta?
«Sono oggetti e immagini. Scolpiti con il colore, come direbbe John McCracken, e quest’idea, come in generale le sue sculture, hanno ispirato questi dipinti. Sono realizzati con un sovrapporsi strutturato di strati trasparenti. Trovare la formula giusta per ciascun’opera ha richiesto molte prove e molti errori. Si potrebbe pensare che raffigurino il cielo, ma hanno una dimensione astratta: l’idea che un dipinto possa essere il luogo di un’esperienza spirituale mi coinvolge moltissimo».
Traduzione di Carla Reschia