La Gazzetta dello Sport, 21 maggio 2017
Giudica Antonio Di Pietro, juventino: «Dybala è Sivori. Ma adoro Zoff»
Da magistrato (e politico) a imputato: «Ammetto l’addebito: sono juventino, del resto chi non lo è in Molise?», scherza Antonio Di Pietro dalla provincia di Campobasso. In una vita tra le aule di giustizia e del Parlamento ha sempre visto quella nordica Signora come un’amica: «Qualcosa a cui sei vicino nel fegato e nel cuore».
Di Pietro, perché la Juve è questo sentimento?
«Incide la presenza di tifosi: nel mio territorio è fortissima. Eravamo tutti bianconeri quando eravamo uniti all’Abruzzo, la tendenza è rimasta quando il Molise si è separato. Poi, certo, ognuno ha la sua storia personale».
E quale è la sua?
«Mi ha iniziato a questa passione il mio seminarista. Ero destinato a fare il prete, lo sentivo parlarci di Sivori, che ai tempi era un poeta e che oggi rivedo in Dybala. Mise su una squadra e come allenatore da noi pretendeva massimo impegno: io venivo dalla campagna e non avevo mai preso a calci un pallone, però non avevo paura a buttarmi e sbucciarmi le ginocchia. Da quel momento ho sempre fatto il portiere e ne sento ancora le conseguenze alle articolazioni».
Seguiva più la Juve da magistrato o da politico?
«Prima ancora, da commissario di polizia, le partite le vedevo a bordo campo: era uno spettacolo da una prospettiva diversa. Forse avevo più interlocutori negli anni del Pool di Milano: più che di pallone, però, allora ci toccava occuparci di palle… Quelle che raccontavano gli imputati. Sugli anni in Parlamento tengo a dire una cosa: non ho mai cambiato partito. Figuratevi se avrei mai potuto cambiare squadra».
Qual è il giocatore bianconero a cui è più legato?
«Zoff, un esempio di comportamento, un punto di riferimento non solo per i tifosi bianconeri. Ecco, la Juve per me era lui, lo stile che tutti invidiano. A chi dice che siamo favoriti sul campo, rispondo: “Ok, mettiamo tutto sulla bilancia e valutiamo”. È evidente che il processo non regge, che questo è un club semplicemente migliore. Insomma, ci sono cause di non punibilità».
In passato, però, il club è stato punito. E duramente.
«Su Calciopoli ho espresso più volte la mia opinione senza problemi, mi sono scandalizzato e penso che qualche forzatura ci sia stata. Per un tifoso vero devono comunque contare solo gli scudetti puliti: i successi vanno pesati, non contati».
Sta seguendo, invece, la vicenda delle presunte infiltrazioni mafiose in curva?
«Certo, ma credo poco a un patto Juve-mafia: se la mettiamo in questi stretti termini, è stato escluso anche dalla procura di Torino e quindi sul penale è meglio non farla più grande di ciò che è. Semmai, il giovane Agnelli, chiamato a una responsabilità enorme, non è stato forse consigliato bene nella gestione dei rapporti con gli ultrà. Un errore quasi normale: anche io, se tornassi indietro, farei politica in modo diverso».
Adesso faccia il giudice: la sua sentenza su Cardiff?
«Vittoria, e finalmente in una finale si sblocca Higuain».