Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  maggio 21 Domenica calendario

I misteri sulla morte di Paolo Borsellino. Il colossale depistaggio e l’ombra della trattativa

Chi depistò cosa – e soprattutto come – è il dilemma, uno dei tanti nodi ancora irrisolti, delle stragi siciliane di quel terribile 1992: la verità, soprattutto su via D’Amelio, il secondo attacco di Cosa nostra ai magistrati «nemici» e alle istituzioni, 57 giorni dopo Capaci, è ancora molto parziale e la sentenza del «Borsellino quater», pronunciata a Caltanissetta il 20 aprile, non chiude affatto il caso: questo nonostante i due ergastoli per Salvino Madonia e Vittorio Tutino, i dieci anni a testa per Francesco Andriotta e Calogero Pulci (estraneo al contesto stragista) e la dichiarazione di prescrizione per Vincenzo Scarantino, i tre falsi pentiti che avevano depistato le indagini. Venticinque anni dopo, in quattro processi le condanne a vita sono diventate 32 e per la fine di Paolo Borsellino e dei suoi cinque agenti di scorta lo Stato è arrivato a processare se stesso, riconoscendo l’errore e l’ingiustizia di sette ergastoli, fondati sulle dichiarazioni di collaboratori che avevano inventato le accuse; benché si tratti comunque di mafiosi, sono stati liberati – dopo 15 anni in cella – ed è stato avviato il giudizio di revisione.
Quel che non si riesce ancora a capire, però, è se ci sia stata una vera manovra depistante o se non si sia trattato di un clamoroso errore giudiziario. Vecchia storia: è difficile chiarire, ad esempio, come sia stato possibile, nei primi tre processi per via D’Amelio, che tutti i magistrati, almeno settanta fra requirenti e giudicanti, togati e popolari, non si siano accorti dei falsi pentiti e di indagini che deviavano sulla modesta cosca della Guadagna, mandamento di Santa Maria di Gesù, anziché puntare sul molto più potente mandamento di Brancaccio, capeggiato dai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. E questo benché Scarantino fosse stato protagonista di ripetute ritrattazioni, una delle quali in diretta tv, tutte non credute né dalla Procura né dai giudici nisseni e neppure dalla Cassazione.
Si gridò anzi al complotto di Cosa nostra per tappargli la bocca e si andò avanti, mentre il picciotto della Guadagna veniva sbugiardato da veri pentiti – Salvatore Cancemi, Giovan Battista Ferrante – che, messi a confronto con lui, gli chiedevano chi fosse e che volesse. Tra i magistrati dell’accusa c’erano anche il procuratore Giovanni Tinebra, scomparso nei giorni scorsi, l’attuale avvocato generale di Palermo Annamaria Palma e l’allora giovanissimo Nino Di Matteo, oggi pm della trattativa: non certo gli ultimi arrivati. Per far cadere il castello delle accuse, però, dal 2008 in poi, ci vollero i pentiti Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina. Spatuzza aveva pure indicato i presunti «mandanti esterni» a Cosa nostra, ma le sue accuse a Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri non avevano avuto riscontri né esiti processuali.
Il «colossale depistaggio», di cui aveva parlato il procuratore nisseno Sergio Lari, è al centro anche del processo di Palermo sulla trattativa Stato-mafia, in cui spicca la figura di Arnaldo La Barbera, l’ex superpoliziotto che fu collaboratore dei Servizi segreti (nome in codice «Rutilius») e che, da capo del gruppo investigativo Falcone-Borsellino, avrebbe seguito – o ispirato, secondo i suoi detrattori – le verità farlocche di Scarantino. Implicato nei fatti del G8 di Genova del 2001, La Barbera morì un anno dopo. Il depistaggio, secondo i pm di Palermo, sarebbe un tassello di un ordito fatto di attacchi allo Stato agevolati da pezzi delle istituzioni e di protezioni di alto livello, che impedirebbero di arrivare alla verità: ma finora responsabilità precise non ne sono venute fuori.
La verità non è venuta a galla per intero, hanno detto gli avvocati Rosalba Di Gregorio e Giuseppe Scozzola, comunque soddisfatti per le condanne dei falsi pentiti – meno per la prescrizione su Scarantino – contro i quali sono parte civile gli ex ergastolani. Quanto però al depistaggio di Stato, il gip di Caltanissetta Alessandra Giunta lo aveva ritenuto privo di fondamento, affermando che è provato solo l’errore giudiziario.
Rimangono in piedi le indagini sulla squadra di investigatori che avrebbe fatto il lavoro sporco, usando il bastone e la carota, le botte e l’indottrinamento per «istruire» Scarantino sulle accuse da muovere: ma a loro volta, da chi furono «istruiti», ispettori, sovrintendenti, assistenti, che, tirando le somme, rischiano di pagare il conto per tutti? E questo anche se la tesi del depistaggio, per «alleggerire la loro posizione», scrive il gip, era stata assecondata dagli stessi Scarantino, Andriotta e Candura. Testimoni, insomma, a cui è arduo credere.