Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  maggio 21 Domenica calendario

La crisi del grano. In un anno perso l’8,7% degli ettari seminati

Si produce meno grano e, soprattutto, in Italia stanno diminuendo le superfici seminate. I dati presentati dal Crea, il consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria, sono stati alla base delle riflessioni della filiera di grano e pasta che per la prima volta di è riunita a Foggia in occasione del «Durum days». Si tratta di una riduzione legata ad una situazione congiunturale: «Produrre grano non è più remunerativo. Dopo il crollo delle quotazioni dello scorso anno, la previsione di questa campagna è di una perdita secca di oltre 1 milione di tonnellate», denuncia Franco Verrascina, presidente Copagri. Ma nel lungo periodo, cioè entro la fine del secono, i cambiamenti climatici potrebbero ridurre di un terzo i raccolti di grano e orzo nell’Europa occidentale, almeno secondo uno studio delle università americane di California, Davis e Cornell, pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters.
La ricerca si basa sui dati relativi al meteo degli ultimi 65 anni e su quelli dei raccolti di frumento e orzo in Francia. Di qui, grazie a modelli statistici, gli scienziati evidenziano alcuni possibili effetti negativi del riscaldamento globale sulle produzioni agricole. Lo studio suggerisce che entro la fine di questo secolo il clima, nel peggior scenario possibile, per le colture invernali potrà contribuire a ridurre i raccolti di grano del 21% e quelli di orzo del 17,3%. Mentre la raccolta d’orzo di semina primaverile si ridurrebbe del 33,6%. Ma secondo i ricercatori se l’innovazione continuerà nella direzione attuale potrebbe compensare la maggior parte degli effetti negativi del clima.
La campagna di raccolta
Secondo i dati presentati dal Crea, le superfici seminate a frumento duro nella campagna 2016/2017, hanno visto un calo più contenuto nel Centro Italia (-5,4%), contro il -7,4% del Sud ed una media del -9,1% del Nord. In tutto 1,27 milioni di ettari, l’8,3% in meno dell’anno scorso. La produzione attesa in Italia di grano è di 4,5 milioni di tonnellate e una resa a grano duro di 3,55 tonnellate/ettaro (- 4,23% rispetto alla campagna precedente). A livello internazionale si prevede il calo in Nord America (al – 29% del Canada si aggiunge il – 19% degli Usa) e una diminuzione nell’Ue a 28 (- 1,04%) mentre per il Nord Africa è prevista una crescita del 49%.
Prezzi in aumento?
Dal punto di vista delle attese degli agricoltori il calo della produzione dovrebbe portare all’aumento dei prezzi anche se il mercato comunque sarà ben approvvigionato grazie anche all’ampio riporto di scorte, seppur a livelli inferiori rispetto alla campagna appena chiusa. In ogni caso come spiega Giorgio Mercuri, presidente di Alleanza delle Cooperative Agroalimentari: «Ci auguriamo una sensibile ripresa dei prezzi perché gli agricoltori fanno fatica a fare reddito ma possibili proiezioni, però, si potranno fare solo a fine settembre, quando si capirà non soltanto la quantità ma anche la qualità del grano raccolto in Canada». Che fare, allora? Il presidente della Cia-Agricoltori italiani, Dino Scanavino ha posto l’accento sui contratti di filiera, che «sono più efficaci se i vantaggi che ne derivano sono distribuiti equamente lungo la filiera». E Onofrio Giuliano, presidente della Confagricoltura di Foggia sottolinea la necessità di un confronto non solo «con i molini e i pastifici, ma anche con stoccatori e Gdo».