Il Sole 24 Ore, 21 maggio 2017
Rohani: «Con me hanno vinto le riforme»
A prima vista l’analisi del voto in Iran, accolto con un balzo delle quotazioni alla Borsa di Teheran, è cristallina: ha vinto il progetto di apertura al mondo del Paese contro l’autarchia di stampo islamico. «Gli iraniani hanno respinto il tentativo dei “falchi” di fermare le riforme – ha detto il vincitore, Hassan Rohani, citato dalla tv locale -: hanno confermato la volontà della Repubblica islamica di interagire con il mondo». Ha prevalso l’ala più moderata e pragmatica contro i “falchi” rappresentati dai religiosi più conservatori e dai Pasdaran, il braccio militare del regime, che hanno sostenuto Ebrahim Raisi, ayatollah-manager custode della Fondazione Reza di Mashad, decine di miliardi di dollari di fatturato, e che nell’88 fu anche membro del “comitato della morte”, i quattro giudici che decisero le esecuzioni di massa di migliaia di prigionieri politici.
Ma con le lenti della Realpolitik all’iraniana la rielezione di Rohani con il 57% dei voti come capo del governo per un altro mandato di quattro anni è qualche cosa di più di quanto appare, dentro e fuori l’Iran.
All’interno la Guida Suprema Alì Khamenei ha rafforzato la sua eredità in attesa della successione alla massima istanza del Paese: il suo scopo non era che vincesse per forza Raisi ma dimostrare che la Repubblica islamica, 38 anni dopo la rivoluzione dell’Imam Khomeini, è ancora viva. Ci è riuscito preparando un corsa presidenziale partita in sordina, con Rohani gran favorito, e che si è trasformata in un dibattito pubblico incandescente. L’obiettivo era trascinare alle urne più gente possibile: sono andati a votare 42 milioni di iraniani in file ordinate e senza incidenti.
Agli occhi della leadership di Teheran significa che la Repubblica islamica ha un legittimazione popolare come nessun altro regime musulmano della regione. Per chi comanda in Iran è secondario che la democrazia fiorisca solo una volta ogni quattro anni, mentre l’autocrazia sia il pane quotidiano. Gli elettori vanno alle urne per scegliere “il minore dei mali”, sono gli arbitri di una lotta all’interno dell’élite rivoluzionaria.
Non solo: gli iraniani hanno scelto tra due turbanti, confermando l’architettura religiosa e messianica del regime in uno dei momenti di massimo scontro tra sciiti e sunniti. Le guerre dell’Iran e contro l’Iran, in Siria, Iraq, Yemen, non finiranno con la rielezione di Rohani. Su questi aspetti militari e di politica estera non deciderà lui ma la Guida Suprema e lo stratega dei Pasdaran, il generale Qassem Soleimani.
Questo risultato elettorale è stato colto mentre Donald Trump atterrava nell’impresentabile Arabia Saudita dominata da una monarchia assoluta e retrograda, sostenitrice di una versione radicale dell’Islam che ispira anche l’Isis e il terrorismo jihadista. Confermando l’accordo sul nucleare, Trump è stato uno dei grandi elettori esterni di Rohani pur avendo definito più volte come «orribile» quest’intesa raggiunta da Obama. I sauditi cercheranno di convincerlo a cancellarla, così come vorrebbero gli israeliani. I due arci-nemici dell’Iran sono i due maggiori alleati di Wasghinton in Medio Oriente da 70 anni, e scontentarli non è impresa da poco.
Trump dovrà trovare una soluzione che non lo metta in rotta di collisione con gli alleati della regione, con la Cina, la Russia e gli europei. Cercherà di forgiare un’alleanza anti-iraniana tra sauditi e israeliani, magari resuscitando il negoziato palestinese, e continuerà a mantenere le sanzioni bancarie e finanziarie che bloccano di fatto gli affari con Teheran. Non importa se questa politica di contenimento dell’Iran sciita costa miliardi di dollari di commesse mancate: per gli Stati Uniti i conti li pagano i sauditi che qualche briciola lasceranno pure agli altri.
Ecco perché il voto in Iran è strategico. Al di là delle apparenze la vittoria di Rohani non muta l’assetto nella regione. E lo stesso Rohani dovrà convivere con i falchi: gli ultra-conservatori, uniti dietro Raisi, hanno ottenuto sei milioni di voti in più rispetto alle presidenziali del 2013. I falchi controllano tutte le leve del potere compresi due terzi dell’economia. Del resto moderati, conservatori, riformisti, sono seduti tutti sullo stesso ramo, quello della Repubblica islamica, e non possono tagliarlo.