Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 1957  febbraio 07 Giovedì calendario


L’Occidente e la linea di frattura tra i regimi d’Oriente

Re Saud è stato accolto con grandi onori a  Washington (ma non a Nuova York). In fondo, è il Presidente Eisenhower che ha da far la corte a lui, e non lui al Presidente. È vero che egli, a forza di dissipazioni e di prodigalità, è sempre a corto di quattrini. Ma l’America ha bisogno della sua amicizia  assai più di quanto egli abbia bisogno di dollari. E le ragioni che rendono preziosa per l’America la sua amicizia sono tre. La prima: Dharan. La seconda: il petrolio. La terza: il fatto che il suo denaro è la pietra  fondamentale su cui è costruita l’associazione dei Paesi anti-occidentali del Medio Oriente: «Egitto, Siria, Giordania, Arabia Saudiana; e, se Saud si e staccasse, Nasser si affloscerebbe come un fantoccio vuoto. La diplomazia americana si è sforzata di persuadere, uno dopo l’altro, il ministro degli Esteri del Libano, Saud e il principe ereditario dell’Irak, Abd Il-Illah, della  necessità di costituire un blocco di moderati sotto la sua egida. E, per questo suo piano, punta su Saud. Questi, infatti, è nella coalizione anti-occidentale il membro che più probabilmente può essere indotto a staccarsi.
Per capire quali siano i veri interessi di Saud e,  quindi, quali siano le  probabilità di successo della politica che il Governo americano sta tentando in questo  momento, bisogna cominciare dal dare uno sguardo alla situazione generale del Medio Oriente. Attraverso vicende che qui non è il caso di ricordare, i Paesi musulmani e di quell’area si sono aggruppati in due coalizioni. Da una parte, il «baluardo settentrionale», ossia i Paesi del Patto di Bagdad: Turchia, Iran, Pakistan, Irak (più l’Inghilterra, che è lontana). Dall’altra parte, il «baluardo meridionale»: Egitto, Siria, Giordania, Arabia Saudiana. La differenza fondamentale fra le due coalizioni è questa: che scopo della prima è la difesa comune dall’aggressione sovietica, mentre scopo della seconda è l’aggressione contro Israele. Questo non basterebbe a creare una situazione di antagonismo fra i due gruppi: che l’Irak voglia difendersi dal comunismo non dovrebbe dare ombra all’ Egitto. Ma l’ambizione di Nasser ha creato l’antagonismo.
1. – La Turchia, l’ Iran, il Pakistan e l’Irak già ricevono dall’America aiuti  economici e militari, grazie agli accordi di mutua sicurezza. Inoltre, l’ Iran e l’Irak  ritraggono grandi entrate dai loro giacimenti di petrolio. Come è noto, gli Stati Uniti, dopo aver sollecitato e promosso il Patto di Bagdad, non  hanno voluto aderirvi. Ma il  Presidente Eisenhower, qualche tempo fa, dichiarò che il  Governo degli Stati Uniti  avrebbe considerato un attacco a quei Paesi con la  massima gravità.  Successivamente, colla dottrina che porta il suo nome, ha promesso  l’assistenza degli Stati Uniti ai Paesi del Medio Oriente che venissero aggrediti da una Potenza controllata dal  comunismo. La sola Potenza comunista che possa  attaccare Paesi del Medio  Oriente, è la Russia. E i soli  Paesi del Medio Oriente che  siano a contatto territoriale con la Russia sono tre dei Paesi del Patto di Bagdad  (Turchia, Iran, Pakistan).  Quindi, la dottrina di  Eisenhower è, dal punto di vista  militare, un’assicurazione di  assistenza ai Paesi del Patto di Bagdad: ossia un’adesione non dichiarata degli Stati Uniti al Patto di Bagdad
2. – Passiamo all’altro gruppo. Dei quattro Paesi che lo compongono, solo  l’Arabia Saudiana ritrae  entrate rilevanti dal petrolio:  intorno a 300 milioni di  dollari all’anno. Gli altri non hanno petrolio. In tutti e quattro, la popolazione versa nella più squallida miseria, anche nell’Arabia Saudiana, dove le enormi entrate del petrolio vengono sperperate in appannaggi, stipendi e pensioni ai membri della  famiglia saudiana e in spese militari. L’accordo fra i quattro  Governi sembra perfetto; o, per lo meno, fra tre di essi, chè la Giordania si sa che è trascinata. E  recentemente, Nasser e Saud si son  fatti fotografare sorridenti e  tenendosi per mano. Ma la  verità è ben altra. La verità è che l’accordo è sincero solo fra il Cairo e Damasco, o, meglio, fra i militari del  Cairo e quelli di Damasco, fra Nasser e Sarrej. Ma il  piccolo Re di Giordania e Saud e i principi sauditi hanno tutto da temere da Nasser e dal sistema di cui Nasser è l’esponente
Bisogna fare un passo  indietro. In quasi tutti i Paesi arabi, in seguito al  fallimento della classe dei «pascià» e dei grandi proprietari  fondiarii, sono venuti su i  militari. Essi si sono  presentati come l’ultima difesa  dall’anarchia e hanno istituito dittature vagamente  colorate di socialismo.  Completamente privi di nozioni  politiche o amministrative,  hanno governato alla militare.
Ma, poiché hanno capito di non poter realizzare le speranze che avevano fatto nascere, hanno fatto ricorso  alle solite armi dei dittatori: hanno dato al popolo da odiare e da sognare. Odio contro Israele, contro  l’Inghilterra, contro l’Occidente. E sogni di grandezza,  miraggi di imperi, tali da  ubriacare le moltitudini e  distrarle dalla miseria e dalla  fame. Ma questi metodi  minacciano alle fondamenta il regime saudiano. E lo  minacciano in due modi: per  contagio e per via di intrighi. Contagio. Il regime  saudiano è assai più arretrato di quello dei «pascià»; è il «wahhabismo»; o meglio, il «wahhabismo» per il popolo e la licenza e lo sperpero per i principi. Il «wahhabismo» è il movimento più austero e reazionario che sia fiorito nell’Islam. Ma la  improvvisa ricchezza lo ha corrotto nelle case dei principi. E ora, di «wahhabiti», non ci sono che i sudditi: per necessità. Intrighi. Per ora, Saud non ha che un’ombra di  esercito. Ma gli ufficiali sono  stati addestrati in Egitto e guardano a Nasser. Quando l’esercito sarà più grande, la pressione degli ufficiali  potrà essere irresistibile.  Nella primavera scorsa, ci fu un principio di  ammutinamento. Quando, a Geddah, alcuni egiziani fecero  pubbliche dimostrazioni pro  Nasser, Saud fece deportare i capi.
Saud, da una parte,  dipende interamente dalle «  royalties» che gli paga l’«  Aramco» in milioni di dollari; dall’altra, non può non  guardare con sospetto a un  alleato che gli mina il  terreno sotto i piedi. E in questo stato d’animo è possibile che presti ascolto agli  argomenti del Governo americano, che sono altri milioni di  dollari. Ma non è certo. Finora, tutto quello che il Presidente ha ottenuto è  stato il riconoscimento che «le sue direttive politiche per combattere l’infiltrazione  comunista sono buone e tali da meritare considerazione». Questa dichiarazione di Saud è stata considerata come una vittoria degli Stati  Uniti. E qualcuno del  Dipartimento di Stato ha detto che «ciò potrà inaugurare una nuova era che condurrà a una soluzione definitiva dei problemi del Medio  Oriente». Questo ottimismo  sembra del tutto sproporzionato al fatto che gli ha dato  origine: la dichiarazione di Saud.