la Repubblica, 20 maggio 2017
Felicità e sofferenza, la A ritrovata del Verona. «Il futuro è da scrivere»
DAL NOSTRO INVIATOVERONA«La ghemo serca’, la ghemo cata’: A». Fierissimamente veronese, fin dalla scritta che esibisce sulla maglietta, il sindaco Flavio Tosi giovedì notte fa come Anitona alla Fontana di Trevi, o come i migliaia in piazza appena il maxischermo sotto l’Arena annuncia che il Verona è tornato in A («cercata, acchiappata») con lo 0-0 di Cesena, un anno dopo la retrocessione: un bel tuffo nella fontana della Bra, anzi più d’uno, tra frizzi, lazzi, infradiciamenti dalla testa ai piedi e opportuni fotografi a immortalare. E dato che siamo in campagna elettorale, con Tosi che non potendosi presentare per il terzo mandato ha candidato la fidanzata Patrizia Bisinella, ecco che l’avversario Federico Sboarina, centrodestra, è andato addirittura in trasferta a Cesena, per esserci anche lui.Il sindaco uscente comunque è tifoso vero, farà un lungo giro in bici verso il Garda per onorare un voto, ma è anche critico: «È una soddisfazione gigantesca, per i tifosi e per la città, che è da serie A. Peccato che ci siamo mangiati il fegato tutto l’anno, fino all’ultimo. Potevamo vincere il campionato e ancora non capisco come non sia stato possibile». Messaggi e felicitazioni arrivano dai cugini del Chievo. Da agosto potrebbero essere cinque le città con due squadre in A: a Roma, Milano, Torino e Genova (se il Genoa si salverà) si aggiunge Verona, unica a non essere capoluogo di regione. Sono soddisfazioni.La squadra è tornata in città alle prime ore del mattino, poi pullman scoperto. Ovazioni per tutti, da Pazzini in giù: con 23 gol il “Pazzo” è capocannoniere della B, il Verona chiude col secondo posto e il secondo attacco del torneo, in entrambi i casi dietro la Spal. Poi come sempre, anche nelle imprese, ci sono le zone d’ombra. Il Verona partiva per stravincere, invece si è dovuto accontentare di finire secondo, soffrendo fino al 90’ della 42esima partita di questo campionato infinito. L’ha guidato un allenatore giovane, Fabio Pecchia, 43 anni, che dopo le esperienze a Gubbio e a Latina aveva scelto di lavorare per tre anni come vice di Rafa Benitez. Pecchia è un uomo mite ed educato, uno dei pochi laureati nel calcio (Giurisprudenza all’Università di Napoli fin da quando era calciatore) oltre che un professionista preparato, ha giocato con il 4-3-3, ha sofferto gli alti e i bassi, infine ha portato il bastimento in porto e l’altra notte gli è subito arrivato il messaggio di Benitez, “Vamos Fabio!”: «È ovviamente la soddisfazione più bella della mia carriera, spero sia solo la prima. Ora sembra normale, ma è stata durissima. Alla fine è stato premiato il lavoro di ognuno. La nostra partenza velocissima ha illuso, si pensava che avremmo vinto con la sigaretta in bocca, ma un campionato simile ti mette di fronte sfide continue, e ci sono stati i momenti difficili. Ora festeggiamo».Nato calcisticamente con Lippi, che lo portò da Napoli alla Juventus, Pecchia si sente allievo di Rafa: «Dopo Lippi, che fu fondamentale per me, ho avuto tanti allenatori… Benitez? Il curriculum parla per lui. Anche a Napoli, oltre ad aver ottenuto successi, ha cambiato il modo di vedere il calcio e ha creato le basi per chi è venuto dopo. Il suo modo di curare i carichi di lavoro e la sua capacità di gestire le tensioni mi sono stati utilissimi. Questo era un ambiente scosso per la retrocessione in B e quando è arrivata la crisi sono emerse anche le scorie e i veleni di quel trauma. Se mi è servita la laurea in giurisprudenza? Da calciatore sì, perché mi accorgevo di avere prospettive più ampie. Quest’anno no, anzi: il fatto che io e il ds Filippo Fusco siamo due persone considerate “per bene” ci è stato anche imputato, dicevano che per ottenere i risultati bisogna essere più ruvidi coi calciatori…».Il futuro però non è garantito, parrebbe. Il presidente Maurizio Setti a Cesena ha confermato Pecchia, e ieri ci ha ribadito: «Nessun ripensamento, non sono il tipo. Il blocco Fusco-Pecchia va avanti». Poi ci sono i soliti spifferi antipatici, che raccontano di un’idea Filippo Inzaghi per la panchina di A: Inzaghi è legato storicamente al manager Tullio Tinti, procuratore di Pazzini e a suo tempo pure di Luca Toni, che è qui da mesi come direttore sportivo in pectore e freme, ma ha appunto davanti Filippo Fusco che con la promozione in A sembrerebbe rafforzato. Sembrerebbe. Un altro assistito di Tinti è Antonio Cassano, non a caso accostato a Verona, ma Setti ora dice: «L’avevamo incontrato a gennaio, poi più nulla. Vedremo, vedremo». La sensazione è che non tutto sia ancora certissimo per il futuro. Neppure a livello societario, perché ci sono voci ricorrenti di problemi finanziari: un prestito da 15 milioni chiesto di recente a una banca milanese (l’ha rivelato la Gazzetta dello Sport) perché i conti sarebbero preoccupanti. Il club smentisce, con rabbia. Ma vedremo, vedremo.