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 1953  agosto 17 Lunedì calendario


Mossadeq, la volpe di Teheran

E così, lo Scià è fuggito,  Mossadeq ha vinto, e la Persia ha fatto un altro grande passo verso l’abisso. Mossadeq, in Persia, è  chiamato «Il leone di Abadan». Mi pare che non abbia mai messo piede ad Abadan.  Piuttosto, meriterebbe di essere chiamato: «La volpe di  Teheran». Tutto in lui è astuzia, a cominciare dalle malattie:  riceve a letto, viaggia sempre con a fianco il medico, che è suo figlio, si trascina  appoggiandosi ad un bastone e, di tanto in tanto, sviene. E, fra uno svenimento e l’altro, fa un colpo di Stato – o un  colpo di piazza – e si sbarazza di qualcuno dei suoi avversari. Vi erano in Persia cinque forze: gli Inglesi e  l’Anglo-Iranian, lo Scià con l’esercito, Mossadeq e il fronte nazionale, Kasciani e la setta dei «Fedeli dell’Islam», il partito  comunista o Tudeh. Mossadeq prima liquidò gli Inglesi. Fu una  lotta lunga, e in quella lotta egli ebbe con sè tutto il popolo persiano, ma in particolare fu  sostenuto, oltre che dai suoi  nazionalisti, dai «Fedeli dell’Islam» di Kasciani e dai comunisti del partito Tudeh. Poi, Mossadeq rivolse la sua attenzione alla Corona, e cercò di limitarne i poteri. Lo Scià reagì, e chiamò al Governo Qavam-es-Sultaneh. Nazionalisti, comunisti e «Fedeli dell’Islam» fecero appello alla piazza; ci fu un po’ di sparatoria, un po’ di sangue, e lo Scià si perdette di animo e non volle autorizzare la  repressione a  fondo. Qavam fuggi, e l’autorità dello Scià rimase fortemente menomata. Ma la partita non era chiusa, e la posta ancora in gioco era l’esercito, che  costituzionalmente dipendeva  dallo Scià. Kasciani era stato un alleato prezioso, e in premio era stato fatto presidente del Majlis (Parlamento). Ma, ora, pretendeva troppo. E Mossadeq non esitò a rompere anche con lui. E così il Sovrano e il Mullah, senza essere veramente alleati, si trovarono l’uno a fianco dell’altro: essendo stati sospinti dalla stessa parte dal comune nemico.
Nel febbraio scorso, lo Scià, in seguito a un nuovo  conflitto col suo Primo ministro, minacciò di abdicare. Il conflitto, questa volta, era scoppiato sulla questione delle terre della Corona. Lo Scià, già parecchi anni fa, aveva donato una parte delle dette terre ai contadini. E ora voleva donare il resto. Mossadeq, che è un  grandissimo latifondista (possiede terre estese quanto più provincie  italiane messe insieme), non aveva mai gradito molto che il  Sovrano desse un simile esempio. Da ultimo, avrebbe voluto che lo Scià cedesse le terre al  Governo, e che il Governo le  distribuisse ai contadini. A  questo punto, lo Scià minacciò di abdicare. La piazza insorse – questa volta contro Mossadeq – la folla tumultuante cercò di invadere l’abitazione del vecchio Primo ministro, e questi, dimentico degli anni e dei  malanni, con sorprendente agilità, fuggì in pigiama per una porta di servizio, e si rifugiò nel Majlis. In tutto questo,  l’esercito non aveva fatto niente per proteggerlo.
Quando 1 tumulti furono  sedati, Mossadeq presentò al  Majlis un disegno di legge, con cui si sottraeva l’esercito alla  dipendenza della Corona, e lo si metteva alla dipendenza del Primo ministro. Ma Kasciani e i deputati suoi amici riuscirono a fermarlo. Allora, Mossadeq fece ritirare dal Majlis j  deputati suoi amici, e poi  propose allo Scià il decreto di scioglimento del Majlis. Lo Scià si rifiutò di firmare e Mossadeq indisse un plebiscito sulla  questione. Nei Paesi di vecchia democrazia, vige ancora l’antiquato pregiudizio che il voto, per esser libero, debba essere segreto. Ma la democrazia di Mossadeq ama la franchezza delle opinioni. E pertanto il plebiscito, secondo la descrizione del  corrispondente del New York Times, si fece in questo modo. Si votava in due tende o in due  baracche separate: nell’una  entravano e votavano quelli che  intendevano votare «si» – cioè per lo scioglimento del Majlis —; nell’altra, entravano e  votavano quelli che intendevano votare «no» – cioè contro lo scioglimento.
Come prova di franchezza, sarebbe potuta bastare. Ma  Mossadeq non si accontentò:  risoluto a imporre al suo popolo l’obbligo di praticare la detta virtù fino al sublime, dispose o fece disporre che ogni scheda fosse marcata col nome del relativo elettore. In queste  condizioni, il plebiscito diede i  risultati che doveva dare: più del 99 per cento dei voti per lo scioglimento del Majlis – cioè per Mossadeq —, poche  centinaia contro. Kasciani aveva ordinato il boicottaggio del  plebiscito, e ne aveva fatto un obbligo religioso per i fedeli. Ciò non ostante, l’afflusso alle urne – e qui bisognerebbe dire alle tende o, meglio ancora,  alla tenda dove si votava «si» – fu maggiore di quello che si era avuto alle ultime elezioni politiche. Ormai, Mossadeq  poteva fare quello che voleva. Lo Scià non avrebbe più potuto  negare il suo assenso allo  scioglimento del Majlis. E il nuovo Majlis. che sarebbe stato eletto secondo i sistemi elettorali escogitati da Mossadeq, non avrebbe tardato un istante a mettere l’esercito alla dipendenza del Primo ministro. E cosi Mossadeq sarebbe  diventato dittatore incontrastato e incontrastabile dell’Iran.
Può destar meraviglia tanta e cosi ardente sete di dominio da parte di un vecchio  cadente. Ma, a parte il fatto che l’uomo politico più ha potere e più desidera averne,  probabilmente Mossadeq era, in gran parte, prigioniero della  situazione che aveva creato. Era stato portato al potere  dall’ondata di nazionalismo e di  xenofobia che aveva scatenato, e ora non poteva tornare indietro né fermarsi. Aveva  promesso di rendere ricco tutto il popolo persiano; e lo aveva  impoverito. Ma, appunto perché non aveva niente da dare da mangiare alla folla, doveva  darle qualche cosa da odiare. E, cosi, prima la aizzò contro gli Inglesi, e continuò ad  aizzarla anche quando essi se ne  furono andati. E poi la aizzò  contro lo Scià; e, ora che lo Scià se ne è andato, continuerà  ancora per un pezzo, finché  troverà un nuovo nemico, che  sarà certamente l’America. Non sono forse gli Americani colpevoli di avergli dato un po’ di dollari, o di non avergliene dati abbastanza? La questione è che un regime come quello di Mossadeq ha bisogno di avere un nemico da odiare, o, meglio, da fare odiare dalla plebe, e, se non lo ha, se lo crea. Se no come si tiene in piedi? E così la Persia, da tre anni, vive di crisi.