18 maggio 2017
APPUNTI PER GAZZETTA - MCCARTHY ACCUSA TRUMPNEW YORK - Un mese prima che Donald Trump vincesse la nomina repubblicana, Kevin McCarthy, leader della maggioranza e uno dei suoi alleati più vicini al Congresso, fece un’asserzione politicamente esplosiva in una conversazione privata a Capitol Hill con alcuni parlamentari repubblicani e di cui esisterebbe una registrazione ascoltata e verificata dal Washington Post: "Penso che Putin paghi Trump"
APPUNTI PER GAZZETTA - MCCARTHY ACCUSA TRUMP
NEW YORK - Un mese prima che Donald Trump vincesse la nomina repubblicana, Kevin McCarthy, leader della maggioranza e uno dei suoi alleati più vicini al Congresso, fece un’asserzione politicamente esplosiva in una conversazione privata a Capitol Hill con alcuni parlamentari repubblicani e di cui esisterebbe una registrazione ascoltata e verificata dal Washington Post: "Penso che Putin paghi Trump". McCarthy pronunciò la frase lo scorso 15 giugno, in piena campagna elettorale.
Secondo quanto riporta il quotidiano della capitale, disse più precisamente: "Ci sono due persone che penso Putin paghi: Rohrabacher e Trump". Dana Rohrabacher è un repubblicano californiano conosciuto nel Congresso come fervente difensore di Putin e della Russia. Lo speaker della Camera Paul D. Ryan, intervenne immediatamente fermando la conversazione, bloccando ulteriori affermazioni di McCarthy e ordinando ai repubblicani presenti di non farne parola. Prima della conversazione, McCarthy e Ryan avevano tenuto due colloqui separati con il primo ministro ucraino Vladimir Groysman, che aveva descritto come tattica usuale del Cremlino quella di finanzianziare politici populisti per controllare, danneggiare e indebolire le istituzioni democratiche in Europa, soprattutto nei Paesi dell’Europa dell’est.
Al commento di McCarthy qualcuno dei presenti aveva tuttavia riso, ma lui aveva aggiunto: "Giuro su Dio". Ryan aveva poi detto: "Non diciamo niente, è così che si comporta una famiglia". Le osservazioni sono rimaste segrete per quasi un anno. E oggi, puntuale, McCarthy ha replicato su Twitter: "È stato un tentativo di umorismo andato male. Non stupisce che il Washington Post abbia provato a trasformarlo in una breaking news". Le rivelazioni del Washington Post sono nuove tegole in una giornata già complessa per il presidente Usa, dopo che il dipartimento di Giustizia ha affidato l’inchiesta sull’interferenza della Russia nelle elezioni presidenziali e sui possibili legami tra la sua campagna elettorale e funzionari russi, a un procuratore speciale, l’ex capo dell’Fbi Robert Mueller. "È la più grande caccia alle streghe contro un politico nella storia americana" ha scritto Trump su Twitter. Per poi aggiungere: "Con tutti gli atti illegali avvenuti nella campagna elettorale di Clinton e sotto l’amministrazione Obama, non è mai stato nominato un commissario speciale!". La rabbia e la fretta di Trump, fanno notare sul social, è testimoniata dal fatto che ha sbagliato l’ortografia della parola "procuratore", ’councel’ al posto di ’counsel’ (poi corretto).
With all of the illegal acts that took place in the Clinton campaign & Obama Administration, there was never a special councel appointed!
— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) 18 maggio 2017 E mentre Michael Flynn, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump, non onorerà il mandato di comparizione spiccato dal Congresso, in cui gli è stato chiesto di presentare alcuni documenti sui suoi rapporti con Mosca, sul Russiagate continuano a uscire rivelazioni. Secondo quanto riportato oggi dall’emittente araba al-Jazeera fonti di intelligence giordane, le informazioni di intelligence condivise con Mosca da Trump arrivano da spie giordane e non israeliane, come sostenuto dalla stampa americana nei giorni scorsi. Secondo quanto rivelato da Abc news, Trump avrebbe informato il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, e l’ambasciatore russo a Washington, Sergey Kislyak, di un complotto per far esplodere un aereo diretto verso gli Usa con una bomba nascosta in un laptop. Riferendo questa notizia, condivisa da Israele con gli Usa a patto che rimanesse riservata, avrebbe messo a rischio la vita di una spia piazzata dallo Stato ebraico all’interno del sedicente Stato Islamico.LEGGI Putin: "Nessun segreto tra noi e Usa. Pronti a dare la registrazione del colloquio con Lavrov"
Ma le fonti giordane, citate da al-Jazeera a condizione di anonimato, hanno espresso dubbi su questa ricostruzione, sostenendo che Israele non avrebbe spie infiltrate ad alto livello nell’Isis e che l’informazione raccolta dipenda dalla "condivisione di intelligence con i servizi segreti arabi alleati". "Quando si tratta di Isis, a differenza della Giordania, Israele si affida alla sua strumentazione elettronica di controllo e ai suoi accordi di condivisione di intelligence con i partner arabi", ha detto una fonte. Secondo al-Jazeera, la Giordania conterebbe infatti risorse all’interno di diversi gruppi di combattenti attivi in Siria e in Iraq, tra cui i jihadisti. E per le fonti interpellate dall’emittente araba, le informazioni che Israele avrebbe passato alla Casa Bianca arriverebbero appunto da spie giordane.
LEGGI Trump ordinò all’Fbi di insabbiare il Russiagate
Per quanto riguarda Lavrov, continua a difendere la posizione di innocenza. Che i computer portatili e gli iPad possano essere usati dai terroristi per attentati non è un segreto e le accuse che i media americani rivolgono al presidente Trump "sono infondate", ha detto il ministro degli Esteri dopo un incontro a Nicosia col suo omologo cipriota Ioannis Kasoulides. "Abbiamo letto sui vostri giornali - ha affermato Lavrov - che la principale accusa" rivolta a Trump "riguarda la divulgazione di segreti sulla capacità dei terroristi di inserire in computer, laptop, iPad e così via dell’esplosivo non rintracciabile. Se ricordo bene - ha proseguito il ministro russo - circa uno o due mesi fa l’amministrazione Trump aveva deciso ufficialmente di vietare ai passeggeri provenienti da diversi paesi mediorientali di portare a bordo strumenti elettronici e questa decisione era stata esplicitamente motivata con la minaccia terroristica. Se la questione è questa - ha concluso il capo della diplomazia russa - non capisco cosa ci sia di segreto". "A volte - ha aggiunto Lavrov - si ha l’impressione che molti media negli Usa lavorino basandosi su un principio che era popolare in Unione sovietica: allora la battuta era che sul quotidiano Pravda (’la Verità’) non ci sono notizie e sul quotidiano Izvestia (’le notizie’) non c’è la verità".
REPUBBLICA.IT
ROMA - Ostruzione della giustizia: l’accusa che si stende sulla Casa Bianca di Donald Trump potrebbe aprire la strada a un procedimento di impeachment, ovvero alla messa in stato di accusa del presidente ad opera della Camera per farlo ’processarè dal Senato e - se condannato - rimuoverlo dall’incarico. È la stessa accusa che nel 1974 costò la presidenza a Richard Nixon, che si dimise prima che l’impeachment fosse deciso, ed è la stessa che era stata mossa contro Bill Clinton nel 1998 ai tempi dello scandalo Lewinsky.
Trump, scrive il New York Times, avrebbe chiesto a James Comey, poi direttore dell’Fbi, di lasciar cadere l’indagine sul suo consigliere Michael Flynn. È ostruzione del meccanismo giudiziario, o no? La stampa americana sottolinea che al Congresso si discute vivacemente su che cosa significhi "azioni che ostacolano le indagini ufficiali". Al di là dei casi più eclatanti (l’omicidio di un testimone o la distruzione di prove), la legge americana considera ostruzione alla giustizia, cioè un crimine, se qualcuno "blocca, influenza o ostacola qualsiasi procedimento ufficiale".
L’ANALISI DI RAMPINI Impeachment: più attuale, ancora improbabile
Questo, si chiede il NYT, può comprendere una richiesta al direttore dell’Fbi di abbandonare un’inchiesta e il suo successivo licenziamento? La risposta, secondo il quotidiano, è sì. A sostegno di questa tesi, il giornale porta l’opinione di Julie O’Sullivan, ex procuratore federale e oggi docente all’università di Georgetown, specializzata in Diritto penale "dei colletti bianchi": secondo la studiosa, il rapporto di potere che intercorre tra un presidente e il direttore dell’Fbi rende illecita la richiesta di archiviazione di un’indagine. Al New York Times, la signora ha commentato: "Trump ha davvero bisogno di un avvocato. Sta costruendo un bel caso contro se stesso".
Trump aveva effettivamente l’autorità di licenziare Comey, ma anche atti legittimi diventano illegali se commessi con intenzioni improprie, cioè in questo caso se lo scopo dell’atto era quello di fermare un’inchiesta sgradita.
A far balenare l’ipotesi di un impeachment per Donald Trump è anche la vicenda siriana, con l’ammissione dello stesso presidente di aver passato ai russi informazioni riservatissime. Richard Painter, consulente legale della Casa Bianca ai tempi di George W. Bush, ha lanciato su Twitter la richiesta di far riferimento al 25 emendamento, che prevede la rimozione di un presidente se "incapace di assolvere a compiti e poteri del suo ufficio".
Le comunicazioni di Trump ai russi non sono di per sé illegali, ma costituiscono una lesione al rapporto di fiducia fra la Casa Bianca e la comunità dell’intelligence, cosa che i critici dell’amministrazione considerano una prova dell’incompetenza presidenziale.
Il ricorso al venticinquesimo emendamento, in ogni caso, prevederebbe che il vicepresidente Mike Pence e lo speaker del Congresso Paul Ryan dichiarino per iscritto che il presidente è impossibilitato a svolgere i suoi compiti, e questo scenario appare del tutto improbabile. Nel frattempo, però, l’opinione pubblica sta cambiando: secondo un sondaggio di Public Policy, gli americani favorevoli a un procedimento di impeachment sono - per la prima volta - più numerosi di quelli contrari.
E forse a peggiorare le cose per Trump c’è la nomina, a sorpresa da parte del ministero della Giustizia dell’ex direttore dell’Fbi, Robert Mueller, come consigliere speciale (carica equivalente a procuratore speciale) sul Russiagate, le indagini sulle interferenze di Mosca nelle elezioni presidenziali del 2016 ed i contatti tra lo staff del presidente Donald Trump e funzionari russi. Mueller è stato direttore dell’Fbi dal 2001 al 2013. E’ stato nominato dal viceministro della Giustizia, Rod Rosenstein, cui spetta la decisione dopo che il ministro Jeff Session si è astenuto da ogni aspetto del Russiagate perché anche lui ha avuto contatti con Mosca.
Intanto a pochi giorni dall’attesa visita in Israele, il presidente ha deciso per il momento di soprassedere alla scelta, annunciata ripetutamente in campagna elettorale, di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv, dove si trovano tutte le legazioni presso lo ’Stato ebraico’, a Gerusalemme.
Un elemento che avrebbe tanto entusiasmato il governo israeliano di Benjamin Netanyahu quanto scatenato le ire dei palestinesi e dei Paesi musulmani. Lo riferisce l’agenzia Bloomberg citando una fonte del’amministrazione, dietro condizione di anonimato, secondo la quale Trump, che è convinto di poter rilanciare il processo di pace israelo-palestinese, vuole evitare di compiere un passo che avrebbe distrutto sul nascere ogni chance di un coinvolgimento dell’Anp.
"Non riteniamo che sarebbe saggio (spostare l’ambasciata) in questo momento. Siamo stati molto chiari sulla nostra posizione e su ciò che vorremo fare ma non intendiamo provocare nessuno quando tutti si stanno comportando bene", ha riferito la fonte citata da Bloomberg.
BLOG DI RAMPINI
Comey (ex-Fbi) distilla col contagocce le sue rivelazioni: si viene a sapere che il presidente gli chiese di sbattere in carcere i giornalisti che pubblicano notizie riservate.
E i "memo" (appunti, trascrizioni, dossier) dello stesso Comey diventano la merce più ambita. Dopo i primi scoop del New York Times tutti vogliono mettere le mani sugli appunti dell’ex capo dell’Fbi. Che pare fosse di una precisione maniacale, noi diremmo "andreottiana", nel trascrivere le minute di ogni conversazione. Per poi ricattare l’interlocutore? Diabolico personaggio, adesso è il Congresso che vuole ascoltarlo. Intanto Putin cerca di rubargli i riflettori con quell’offerta davvero singolare di rivelare lui la trascrizione dell’incontro Trump-Lavrov allo Studio Ovale. Casa Bianca ormai allo sbando, se i capi di Stato stranieri mettono a disposizione i resoconti dei summit che avvengono là dentro.
Intanto è partita la prima richiesta ufficiale di impeachment: per "ostruzione alla giustizia", dopo la rivelazione che Trump chiese a Comey di abbandonare le indagini sul Russia-gate. Ma è firmata da un deputato democratico, quindi per ora non va da nessuna parte (il primo passo della procedura richiede un voto maggioritario della Camera che costringa il Dipartimento di Giustizia a nominare un super-procuratore speciale).
I mal di pancia del partito repubblicano? Il senatore John McCain (che Trump insultò ripetutamente in campagna elettorale) di fronte all’ultima rivelazione di Comey dice: "Sento odore di Watergate". Poi però precisa di non volere la nomina del procuratore speciale su Trump. Posizione abbastanza tipica in questo momento. Per dissociare un numero consistente di repubblicani dal presidente deve realizzarsi almeno il seguente scenario: l’avvicinarsi delle elezioni legislative di mid-term (novembre 2018) e una frana nei sondaggi per deputati e senatori che cercano la rielezione. Per adesso è la popolarità di Trump a soffrirne: siamo al 42% di consensi, però non molto più basso dell’Inauguration Day.
Soffre perfino il dollaro, e l’euro si rafforza, forse per effetto di tutto ciò. (Ma siamo sinceri, questo è un punto in favore di Trump, il Superdollaro era una iattura per l’export made in Usa).