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 2017  maggio 13 Sabato calendario

Tra Coppi e Bartali anche multe e schiaffoni

Nei giorni in cui il Giro entra nel vivo, niente di meglio che leggere qualche pagina del suo passato se a presentartela è Philippe Brunel, il giornalista dell’Equipe che in tema di ciclismo è da tempo uno dei migliori d’Europa. L’occasione è data da una lunga intervista con Raphael Géminiani, 91 anni, principe degli scalatori a1l’inizio degli Anni 50 e in seguito apprezzato direttore sportivo di Anquetil e non solo. Il suo racconto è centrato sulle due stagioni in cui Géminiani fu il principale gregario da salita di Fausto Coppi, che l’aveva voluto alla Bianchi per mandarlo in avanscoperta sulle montagne. «All’epoca la squadra italiana era potentissima, il mio ingaggio aumentò di dieci volte ed entrai in un’organizzazione perfetta. C’erano le grandi battaglie con Bartali da vincere, nulla poteva essere lasciato al caso».
Il racconto della massima rivalità nella storia del nostro sport (più di Rivera-Mazzola, più di Benve- nuti-Mazzinghi) è godibilissimo: «Nel 1952 Coppi era popolarissimo in Francia mentre in Italia l’eroe era Bartali. Il problema è che all’epoca non c’era la televisione. Dei campioni erano famosi i nomi molto più dei volti. Bartali quell’anno era campione d’Italia, dunque indossava la maglia tricolore. molto riconoscibile. Ma Coppi, che voleva evitare che il rivale si esaltasse con l’entusiasmo popolare, ogni mattina ordinava al nostro compagno Donato Piazza, campione italiano di inseguimento, di indossare la maglia tricolore di competenza e correre in testa i primi chilometri: era vietato, su strada toccava al solo Bartali, ma Coppi ogni sera pagava la multa comminata a Piazza e il mattino dopo Gino passava tra l’indifferenza generale, che tanto una maglia tricolore era già transitata, e aveva fatto il pieno degli applausi».
Ciò non toglie che l’affetto per il vero Barta li fosse al limite dell’idolatria. «Ai tempi i traguardi non erano protetti dalla gente, subito al di là dellarrivo c’erano i tifosi ad attenderti, e non di rado la situazione era complicata. Bartali la risolveva menando schiaffoni per farsi largo, e quelli che li ricevevano ne erano entusiasti, “guarda che sberla mi ha dato, che grande uomo!”. Una pazzia, l’avessi data io me ne avrebbero restituite tre, ma a Bartali era concesso tutto». Terzo gustoso aneddoto, l’abitudine di Géminiani ad accompagnare la cena con un bicchiere di vino rosso. «Mi presentai la prima volta con la bottiglia, e tutti cominciarono a sussurrarmi “mettila via. Fausto non la vuole vedere”. Non feci a tempo a pensare se rinunciare o meno perché Coppi comparve in quel momento. Lui mangiava in silenzio, 10-15 minuti al massimo, poi tornava in camera da solo, a dormire nell’oscurità assoluta. Un alieno. Però nulla gli sfuggiva: alzandosi da tavola disse: “Raphael è abituato a bere un goccio di vino, e domani sulle montagne sarà lo stesso in testa a menare la danza. Se lo bevete voialtri vi recupera il camion-scopa...”. E se ne andò. A fine pasto Carrea e altri tre me ne chiesero un po’...».