Libero, 18 maggio 2017
Sulle telefonate Napolitano dà dell’ipocrita a Renzi
È in corso una guerra tra procure e tra giornalisti, niente di nuovo, ma molto di degenerato. La politica invece è fuori dal gioco e resta a guardare oppure ecco, a telefonare, così da fornire materiale perché la guerra continui. La guerra è tra le procure di Napoli e Roma (leggi: tra Woodcock e Pignatone) e la magistratura che conta pare nettamente schierata contro Woodcock, la cui disinvoltura sguaiata lo ha trasformato in una sorta di nuovo Antonio Ingroia, o, prima di lui, nuovo De Magistris: un elemento sacrificabile, ossia, perché ritenuto troppo sputtanante per l’intera categoria togata.
Nel mirino, ovviamente, ci sono i pretesti e la sfacciataggine con cui Woodcock ha continuato a intercettare i telefoni di Tiziano Renzi (pur avendo ceduto l’inchiesta ufficialmente a Roma) e il trasferimento dell’ormai celebre intercettazione tra i Renzi padre e figlio (quella che non doveva neppure essere trascritta) da Napoli a Valeria Pacelli del Fatto Quotidiano, poi a Marco Lillo dello stesso quotidiano, poi in un libro di Marco Lillo uscito soltanto un mese dopo l’intercettazione, poi ovviamente sul Fatto Quotidiano che di queste operazioni è l’annuario mondiale: perché parliamo di un’intercettazione straricordiamo inconferente, senza valenza penale, fatta dalla procura di Napoli (con una scusa, cioè indagando su un filone prossimale) ma giudicata comunque irrilevante dalla procura di Roma che se n’è successivamente occupata.
Domanda: di chi parliamo, quando scriviamo che “Napoli” ha passato al Fatto Quotidiano un’intercettazione utile solo a spargere merda nel ventilatore? Non possiamo scriverlo come sempre ma possiamo scrivere che parliamo indifferentemente di ambienti della procura o del Noe dei carabinieri, incaricato dalla stessa procura; lo scriviamo sia perché lo facciamo genericamente da una trentina d’anni (nessuna carta esce se procura e polizia giudiziaria non vogliono) e sia appoggiandoci a quanto disvelato ieri dal procuratore Nicola Gratteri in una trasmissione di Radio 24: «Quando c’è una fuga di notizie, esce o dalla procura o dalla polizia giudiziaria. E, in genere, quando la polizia giudiziaria fa la fuga di notizie, c’è quanto meno una sorta di silenzio-assenso da parte della procura. Altrimenti le notizie non escono». Elementare, Gratteri. Poi, parlando di responsabilità più singole che corporative, ha aggiunto: «Ci sono tre o quattro che non fanno il loro lavoro e quindi creano danni di immagine e di credibilità». Non fanno il loro lavoro: a meno di credere che questo lavoro (e anche il lavoro del giornalista) sia diffondere valenze deteriori che col famigerato “dovere di informare” non c’entrano un accidente.
Comunque: nel caso di Roma e Napoli lo spiegava bene, ieri, Carlo Bonini di Repubblica è appurato che per il caso Consip ci sono state due fughe di cosiddette notizie e che entrambe riguardano indagini condotte dalla Procura di Napoli e dal Noe dei Carabinieri. Ed è solo all’interno di questo quadro quello di una guerra tra procure che Roma ha deciso di aprire un genere di fascicolo che appare ineccepibile, da un lato, ma che dall’altro non è costume che le procure semplicemente aprano: «Violazione del segreto istruttorio e pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale».
Ed eccoci ai giornalisti: dicevamo che c’è una guerra di rimbalzo anche tra di loro. Possiamo riassumerla in una contrapposizione del duo BoniniSarzanini (Repubblica e Corriere) contro i cronisti del Fatto Quotidiano che si occupano di giudiziaria: cioè praticamente tutti. Più che tra i cronisti, la guerra è tra le fonti da cui si abbeverano: ciascuno ha quelle che merita, e certo restando su Napoli e Roma, e inventando completamente, beninteso un conto sarebbe avere una dritta da Woodcock e un altro averla da Paolo Ielo. Identica è solo l’osservanza, identico è lo sport giocato nel medesimo campionato: benché lo stile più decente e istituzionale del duo Bonini-Sarzanini si contrapponga a un giornalismo che sul Fatto di ieri, per dire, faceva concludere un articolo in questo stile da cosa nostra: «Renzi lo sa bene: perché ne parlammo quando ci sentimmo la prima volta al telefono nel 2012. E io, da qualche parte, conservo anche la registrazione di quello e di altri colloqui».
In questo scenario rinfrancante continua la nenia sulla necessità di cambiare la legge sulle intercettazioni, ciò che proprio le procure e i giornalisti toh guarda non vogliono invece cambiare, o meglio: la vogliono cambiare solo quando ad abusare delle intercettazioni è la concorrenza o un avversario politico. Un riassunto di tutti gli “stop and go” su questo tema porterebbe via una pagina, e già la scrivemmo. La milionesima dichiarazione sul tema, ieri, è stata autorevole, e l’ha fatta l’ex capo dello Stato Giorgio Napolitano: «Tutti adesso gridano contro gli abusi... È un’ipocrisia paurosa perché è una questione aperta da anni con sollecitazioni frequenti da parte delle alte istituzioni, io personalmente ho messo il dito in questa piaga e non c’è mai stata una manifestazione di volontà politica per concordare provvedimenti che avessero messo termine a questa insopportabile violazione».
Lui l’aveva detto. E naturalmente ha ragione. E, naturalmente, non servirà a nulla. A meno che il cannibalismo giudiziario, tra una guerra e l’altra, non lasci finalmente qualche cadavere sul terreno. Oltre a quello, va da sé, di un’autorevolezza che giornalismo e magistratura hanno già perso da un pezzo, giorno dopo giorno.