la Repubblica, 18 maggio 2017
Se anche in Iran l’élite è in discussione
Sarebbe davvero azzardato definire l’Iran come una democrazia. Ma allora, come mai è giusto interessarsi alle elezioni presidenziali di domani?
Il fatto è che, seppure con tutte le limitazioni e le distorsioni del processo elettorale, il risultato delle elezioni in Iran è sempre imprevedibile, il che rende impossibile definirle come una mera sceneggiata del regime. È vero anche questa volta. I presidenti iraniani sono sempre stati rieletti per un secondo mandato, e a prima vista risulta difficilmente comprensibile che questo precedente possa cadere nei confronti di Rouhani, un presidente che può segnare al suo attivo una serie di successi non secondari. In primo luogo, l’accordo sul nucleare concluso nel 2015 – un accordo che ha allontanato lo spettro, in una certa fase tutt’altro che teorico, di un attacco militare americano o israeliano. Anche per quanto riguarda l’economia gli anni della presidenza Rouhani hanno fatto registrare risultati positivi: un tasso di crescita arrivato lo scorso anno al 6 per cento annuo, un’inflazione scesa dal 40 al 7,2 per cento. In politica però, in Iran come altrove, l’orientamento degli elettori non viene determinato da dati obiettivi quanto piuttosto da percezioni, da interpretazioni, dal gioco di interessi contrastanti. I cittadini iraniani restano ampiamente favorevoli all’accordo, sia perché (per il trauma degli otto anni di guerra con l’Iraq negli anni ’80 e per il tragico esempio delle attuali guerre in Medio Oriente) non nutrono certo intenzioni bellicose, sia perché vedono l’accordo come premessa di quella maggiore integrazione con il mondo esterno che è considerata indispensabile per raggiungere un più elevato grado di benessere. Ma sono anche profondamente delusi. In parte perché le aspettative erano troppo alte, ma in parte perché i risultati sono stati al di sotto di quello che avrebbero potuto e dovuto essere. Non basta la sospensione delle sanzioni, infatti, per convincere le grandi società internazionali a impegnarsi nei rapporti sia commerciali che finanziari con un paese che ancora viene considerato poco sicuro. Questo soprattutto dopo l’arrivo di Trump alla Casa Bianca e alla luce dei sempre fortissimi umori anti-iraniani in Congresso. Anche chi, in primo luogo le imprese europee, vorrebbe andare avanti nei rapporti con l’Iran non si fida e aspetta.
Ma a parte i mancati risultati dell’accordo nucleare, è l’andamento dell’economia in generale a costituire il punto di maggiore debolezza di Rouhani. Il dato più sensibile e più negativo è la disoccupazione, che attualmente è al 12,6 per cento e non solo non è diminuita, ma anzi aumentata rispetto a quattro anni fa, quando era all’11 per cento. Una disoccupazione percepita come risultato di privilegi, esclusione, ingiustizie, corruzione. Fenomeni di cui i conservatori responsabilizzano i riformisti, ritenuti elitari e lontani dalle esigenze dei più umili.
Tre giorni fa una notizia è giunta ad aumentare gli elementi di incertezza sulla possibilità di una vittoria di Rouhani. Uno dei candidati alla presidenza, l’attuale sindaco di Teheran Mohammad Bagher Ghalibaf – che aveva centrato la sua campagna su un attacco populista alla politica economica di Rouhani («Noi rappresentiamo il 96 per cento, Rouhani il 4 per cento») – ha annunciato che si ritirava dichiarando il proprio appoggio per Ebrahim Raisi, un esponente del clero più conservatore che presiede la Fondazione Astan-e Qods Rajavi, un’istituzione che gestisce, disponendo di enormi introiti economici, uno dei centri più importanti dello sciismo iraniano, quello di Mashad. Si era detto che non era del tutto chiaro se Raisi credesse davvero di potere essere eletto (fra l’altro il suo intervento nei dibattiti fra candidati è risultato francamente penoso) oppure se si presentasse soltanto per farsi conoscere in vista del suo vero obiettivo: essere il successore di Khamenei, che palesemente lo appoggia, come Leader Supremo. Ma dopo il ritiro di Ghalibaf appare evidente che Raisi è il candidato su cui si concentreranno i voti di tutti i conservatori, così come il campo riformista-centrista si è subito ricompattato con il ritiro della candidatura di Jahanghiri, un candidato che aveva riscosso notevoli simpatie popolari. La competizione quindi è ora chiaramente a due.
Nel corso della campagna il tono delle repliche di Rouhani agli attacchi degli avversari è andato via via inasprendosi, rendendo in questo modo più esplicita la posta in gioco di queste elezioni: «Cari iraniani, cosa volete? Volete limiti alla libertà o più libertà? Tensioni internazionali o la pace? Isolamento o il suo contrario?»; «Mi presento come candidato per dire agli estremisti e ai violenti che il loro tempo è finito». Rouhani ha attaccato Raisi per il suo passato di giudice che nel 1988 aveva deciso l’esecuzione di migliaia di prigionieri politici («Il popolo dirà di no a chi per 38 anni ha solo giustiziato e incarcerato») e per il fatto che la sua Fondazione, in realtà un colossale business, goda di esenzioni fiscali come ente religioso. Toni insoliti, soprattutto in bocca a chi non è certo un outsider ma uno dei dirigenti storici della Repubblica Islamica, in una lotta politica aspra ma che di solito evita di toccare i temi più delicati, quelli che si riferiscono alla storia e alla struttura del regime. Ha persino attaccato i potentissimi Pasdaran: «Voi mettete le scritte sui missili (Nelle parate militari spesso sfilano missili su cui è scritto “Morte a Israele”, ndr) e così diventa impossibile ricavare benefici dall’accordo nucleare». La lotta è aspra e, anche se gli osservatori sia interni che internazionali danno ancora per probabile una vittoria di Rouhani, l’esito ha un alto margine di incertezza, sia per il ruolo dei Pasdaran, apertamente ostili a Rouhani (definito da uno dei loro giornali come “il candidato preferito dell’Occidente”) che per l’influenza della parte più conservatrice del clero.
Peserà molto anche il Leader Supremo, che forse auspicherebbe, più che una sconfitta di Rouhani – di cui, ricordando il 2009, potrebbe temere ripercussioni a livello di contestazione popolare dei risultati elettorali – un suo indebolimento che, fra l’altro come è accaduto sia a Khatami che ad Ahmadinejad, comporterebbe un virtuale congelamento del Presidente nel secondo mandato, e quindi un rafforzamento del proprio potere. Ma forse quello che potrebbe risultare il fattore più decisivo è il risentimento anti-elitario che in fin dei conti non è poi così diverso da quello che si registra negli Stati Uniti e in Europa e spiega la crescita del populismo.