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 2017  maggio 18 Giovedì calendario

1927, l’anno dei ritorni

Ci voleva coraggio, nel 1927, per tornare in Italia e lasciare un’America scintillante e solo apparentemente astemia. Erano gli Anni del Jazz, eccessivi e folli, bisognosi di succhiare ogni attimo di vita fino alla dissoluzione.
Negli States e a Parigi, o lungo la Costa Azzurra, in lini bianchi da Grande Gatsby e gonnelline svolazzanti sui campi da tennis in riva al mare. Non era così ovunque, non nella Germania affogata dall’inflazione, non nell’Unione Sovietica nella morsa di Stalin. L’Italia, definitivamente fascistizzata, era un regno provinciale. Quell’estate, a Viareggio, i bagni Nettuno e Balena assoldarono maestri per insegnare ai villeggianti come ballare il charleston. La folla si assiepava per rimirarli. Quando tentavano azioni acrobatiche, le matrone, con sufficienza, sentenziavano: «Per riuscire, devi avere le gambe storte». Non quelle di Marlene Dietrich, fasciate di seta nera nell’ Angelo Azzurro, che proprio allora prendeva la via dell’America.
Bisognava avere coraggio per scommettere sul Vecchio Continente. Mentre Salvatore Ferragamo, a bordo di una nave, solcava l’oceano, come ai tempi di Cristoforo Colombo, in cielo si giocava a dadi il futuro. Alle 12 in punto del 20 maggio, da New York decollava un piccolo aereo, battezzato Spirit of Saint-Louis. Trenta ore e 33 minuti dopo, Charles Lindbergh atterrava a Parigi tra due ali di folla in delirio. L’antipasto della globalizzazione era servito: il mondo era diventato più piccolo.
In Italia il fascismo della marcia su Roma si era trasfigurato nella mascella di Mussolini. Dopo il delitto Matteotti e l’Aventino, il Duce si era assunto tutte le responsabilità e, invece di far rotolare la sua testa davanti a Montecitorio, come presagivano gli oppositori, gli italiani l’accolsero come l’uomo dei miracoli.
Gramsci venne arrestato alla fine del 1926, Gobetti moriva a Parigi per le percosse fasciste, la gran parte degli oppositori prendeva la via del confino o dell’esilio, veniva istituita l’OVRA, la polizia politica, e tutti gli organi di stampa cadevano sotto il controllo del regime. Fu l’anno della totale fascistizzazione dell’Italia, il 1927, anno V della rivoluzione e primo delle grandi parole d’ordine.
Dal balcone Mussolini invocò «quota 90». Nessuno comprese, ma tutti si adeguarono. Nel 1925 il Regno Unito aveva reintrodotto la parità fissa della sterlina con l’oro. Per le altre monete significava inflazione e progressivo deprezzamento. Il Duce non poteva ammettere l’onta di fronte al mondo: il cambio di 150 lire per una sterlina doveva scendere a 90. Ci riuscì, a prezzo di stipendi tagliati, disoccupazione e tassa sul celibato. Gli altri Paesi, comunque, non dovevano star meglio: di lì a pochi mesi gli «Anni del Jazz» naufragarono nella grande depressione del ‘29. Noi, già allenati, l’affrontammo decorosamente, tanto da meritarci gli elogi di Churchill e Roosevelt.
In quest’Italia Ferragamo tornò. A Firenze. Non era l’ultimo atto di una Recherche proustiana (l’ultimo volume venne pubblicato postumo proprio in quell’anno con il titolo Il tempo ritrovato ). Era di Bonito, Irpinia, Ferragamo. Firenze fu la città d’elezione, per la sua tradizione artistica e artigianale.
Era la culla del Rinascimento che anche gli States meno colti avevano scoperto grazie a un ebreo lituano naturalizzato americano e residente in una meravigliosa villa sui colli fiorentini. Bernard Berenson, figlio di un venditore di stoviglie di Boston, da trent’anni era la massima autorità mondiale in materia di Old Master. Svelava Botticelli con la delicatezza con cui si disvela una fanciulla in fiore.
Muovendo dal cinema di Hollywood, Salvatore Ferragamo incontrò un mondo da operetta. Artisticamente e architettonicamente, però, continuava a dare il meglio. L’Italia bisognava prenderla com’era. Si racconta che in quei giorni, tra Venezia e Firenze, si aggirasse, Dorothy, la vedova americana di Enrico Caruso. Lamentava di aver dovuto assecondare la volontà della famiglia del marito di vederlo imbalsamato. Ora scopriva che, una volta al mese, rivestivano il cadavere con abiti di scena per mostrarlo, a pagamento, in pubblico. Distribuivano manifestini per le strade annunciando: correte, il tal giorno, il grande Caruso riapparirà in abiti di Turiddu. O di Lohengrin.