Corriere della Sera, 18 maggio 2017
Pinocchio in cattedra
Nessuno pensi di liberarsi di Pinocchio, come in fondo ha fatto Carlo Collodi, il quale, dopo aver creato il burattino di legno indomabile e bugiardo, per amore di lieto fine lo neutralizzò trasformandolo in un bravo ragazzo in carne e ossa. E come continua a fare la scuola, che lo ignora tranquillamente da oltre un secolo forse con l’idea che si tratti di un libro per l’infanzia e dunque un genere di narrativa «minore». Si sa che non è affatto così. Le avventure di Pinocchio sono un capolavoro della letteratura italiana, e bisognerebbe avviare una campagna perché la sua lettura diventi obbligatoria. O forse no: meglio evitare il rischio del rigetto scolastico, di cui sono vittima da sempre I promessi sposi.
È interessante comunque il fatto che, a differenza dei professori di scuola, i critici accademici non l’hanno mai snobbato. Anzi, gli studi sul personaggio di Collodi proliferano. E dopo aver venduto l’abecedario, Pinocchio viene accolto in università per un convegno internazionale congiunto, tra Cattolica e Statale, che si terrà oggi e domani a Milano. Titolo: Senza giudizio… e senza cuore, la formula che il burattino, diventato provvisoriamente ciuco, rivolge a se stesso al cospetto della Marmottina, facendo l’ennesimo atto di contrizione per le sue malefatte. A guardar bene, nel volgere di poche righe, proprio in quel capitolo XXXII, c’è tutto il carattere del burattino, che sarebbe poi, secondo quanto dicono molti, il carattere nazionale degli italiani: oltre all’autoaccusa patetica con tanto di mammismo strappalacrime («Oh! se avessi avuto un zinzino di cuore, non avrei mai abbandonata quella buona Fata, che mi voleva bene come una mamma e che aveva fatto tanto per me!»), non manca il più classico degli scaricabarile: «Oh!... ma se incontro Lucignolo, guai a lui! Gliene voglio dire un sacco e una sporta!».
Fatto sta che, nato nella profonda provincia toscana, con milioni di copie vendute ovunque, Pinocchio è diventato uno dei personaggi più universali, straripando in tutte le latitudini, catturando e turbando bambini e adulti di ogni epoca e invadendo il cinema (da Disney a Comencini a Benigni), la musica, il teatro (ultimo lo spettacolo di Antonio Latella), per non dire delle arti figurative. Ma soprattutto facendo deflagrare i confini di genere, fino a rivelarsi insieme fiaba, romanzo d’avventura, noir, racconto realistico, didattico-morale, politico, persino teologico.
Non si dirà mai abbastanza quanto dobbiamo a Pinocchio e alla sua sfacciata irresponsabilità. Nel 1981, centenario della prima pubblicazione, Italo Calvino lamentava il fatto che il «monellaccio vagabondo e svogliato» di Collodi era pur sempre relegato a «classico minore», pur essendo «uno dei pochi libri in prosa che per le qualità della scrittura invita a esser mandato a memoria parola per parola». D’altra parte Pinocchio è passato alla storia per il peccato più diffuso e forse più innocente: la bugia. Ma mentre il «furfante matricolato» veniva tradito dal naso, che si allungava all’istante per innocenti marachelle autolesioniste, stanare i bugiardi nella vita reale non è così semplice: tanto meno oggi, inondati come siamo da fiumi di bufale digitali. Lasciando perdere i grandi «ballisti» della storia e dell’attualità, sleali per volontà di potere o di denaro o di gloria, Pinocchio sfugge a ogni tentazione classificatoria: anche a quella di inserirlo tra i grandi bugiardi della letteratura, dall’Ulisse dantesco, collocato tra i consiglieri fraudolenti, al Mattia Pascal di Pirandello, fino al feroce millantatore raccontato da Emmanuel Carrère ne L’avversario : quel Jean-Claude Romand che quando non poté più sottrarsi alla verità decise di sterminare moglie, figli e genitori.
Niente di più lontano dal burattino di Collodi. Giorgio Manganelli, prima di scrivere uno straordinario «libro parallelo» sul multiforme e imprendibile monello, realizzò un saggio intitolato Letteratura e menzogna in cui Pinocchio non viene mai citato: la vera bugiarda, secondo lui, è la fata dai capelli turchini, che per educarlo, gli propina menzogne colossali.