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 2017  maggio 18 Giovedì calendario

Da sinistra a destra, il governo «misto» di Parigi

PARIGI Alle 15, con voce e solennità quasi robotiche, il segretario generale dell’Eliseo Alexis Kohler legge la lista dei ministri, la squadra che ha il compito di portare la Francia alle elezioni legislative dell’11 e 18 giugno e, possibilmente, vincerle. È un governo che per adesso non gode di alcuna maggioranza parlamentare, la scommessa è che la troverà dopo il voto di giugno, sull’onda del clima di ottimismo e speranza che circonda in questi giorni Emmanuel Macron.
Il presidente e il suo premier Édouard Philippe sembrano avere prestato molta attenzione all’equilibrio tra tante esigenze a volte contraddittorie: premiare i primi socialisti che un anno fa si sono avvicinati al movimento En Marche; proseguire nell’opera di seduzione degli elettori di destra; accontentare il centrista François Bayrou, in modo da dimostrare anche ad altri che le alleanze vengono rispettate; soprattutto, mantenere la promessa di rinnovamento della classe dirigente.
Metà dei ministri sono espressione della società civile, non politici di professione, come Macron aveva preannunciato per mantenere la fama un po’ paradossale di essere anche lui – diplomato all’Ena (la scuola delle élite), ispettore delle finanze, banchiere, consigliere di Hollande all’Eliseo e poi ministro dell’Economia – un candidato antisistema. E dei ministri più politici, solo quattro hanno già alle loro spalle un’esperienza di governo (Le Drian, Bayrou, Le Maire, Girardin).
Se il premier Philippe arriva dalla destra, il numero due del governo è un socialista non giovanissimo, il 69enne Gérard Collomb che è stato un ottimo sindaco di Lione e soprattutto è stato tra i primi ad avvicinarsi a Macron appena fondato il movimento En Marche.
Il numero tre è un volto molto noto ai francesi, Nicolas Hulot, che ha condotto con enorme successo trasmissioni tv dedicate all’ambiente prima di creare una fondazione a suo nome e aiutare – con atteggiamento bipartisan di destra e di sinistra – i presidenti Nicolas Sarkozy e poi François Hollande, rifiutando però finora di entrare in qualsiasi governo. Stavolta ha accettato, perché può mantenere l’ispirazione al di sopra dei partiti e perché gli viene affidato un dicastero potente, definito della «Transizione ecologica e solidale».
All’Economia, lo sconfitto alle primarie della destra, Bruno Le Maire, 48 anni, che solo qualche settimana fa assicurava che «Emmanuel Macron è un candidato senza progetto perché è senza convinzioni: cambia discorso a seconda della platea». È l’inconveniente di un governo misto che coinvolge anche gli ex avversari. L’altro esponente della destra è il giovane Gérald Darmanin, 34 anni, che sempre nel polo finanziario di Bercy si occuperà dei Conti pubblici, e che come Le Maire è stato immediatamente espulso dal partito di origine. I Républicains sono impegnati in una lotta per sopravvivere, e sperano in questo modo di frenare l’emorragia verso il movimento del presidente, La République En Marche.
Il vecchio centrista François Bayrou, già al governo come ministro dell’Educazione con Mitterrand prima e Chirac dopo, viene premiato per non essersi candidato all’Eliseo togliendo voti preziosi a Macron, ed è il Guardasigilli. La numero due del suo partito Modem, Marielle de Sarnez, conquista gli Affari europei sottoposti però alla tutela di Jean-Yves Le Drian, già ministro della Difesa durante il quinquennio Hollande, promosso ora al Quai d’Orsay che diventa il dicastero dell’«Europa e Affari esteri».
Undici uomini e undici donne (contando anche i segretari di Stato), ma di queste solo Sylvie Goulard, grande esperta di affari europei, ottiene un ministero di peso, quello degli Eserciti (ex Difesa).