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 2017  maggio 18 Giovedì calendario

L’alleanza fra moderati e riformisti: «Rohani ha aperto l’Iran al mondo»

Alle presidenziali e alle comunali di domani in Iran, la Guida suprema ha dedicato cinque tweet, prevedendo che il voto si svolgerà in un clima di pace e partecipazione. Per i vertici della Repubblica l’affluenza è fondamentale perché simboleggia il seguito popolare del sistema islamico nato dalla rivoluzione. Con la corsa elettorale ridotta a una sfida tra due religiosi, Rohani e Raisi, un moderato e un conservatore, il possibile ballottaggio (la settimana successiva) si è sgonfiato: resta in ogni caso una partita a due tra l’attuale presidente e lo sfidante tradizionalista. L’atmosfera da noi contro loro dovrebbe smuovere gli indecisi e portare più gente alle urne. Come spesso accade, chiunque vinca ha vinto Khamenei.
Ieri è stato l’ultimo giorno della campagna elettorale, prima del silenzio della vigilia. Come previsto il vice presidente candidato Eshagh Jahangiri si è fatto da parte, invitando a votare Rohani. Inaspettato è giunto invece nel campo moderato l’appoggio di Hassan Khomeini. La sua simpatia per moderati e riformisti era nota ma un pronunciamento non era nell’aria. Segno forse che il nipote del fondatore della Repubblica ha preso sul serio le voci di una rimonta di Raisi.
Rohani continua a ostentare sicurezza, fidando sulla consuetudine per cui tutti i presidenti hanno fatto un secondo mandato. È andato a chiudere la campagna nella tana del nemico, a Mashhad, dove Raisi guida una delle più potenti associazioni religiose iraniane, ed è riuscito a mettere insieme una folla di 70 mila persone. Man mano che ci si avvicinava alle urne e il fronte conservatore si compattava, il presidente moderato si è spinto sempre più su posizioni riformiste, per recuperare forse voti tra i sostenitori dell’Onda verde del 2009 e ha finito per attaccate i Pasdaran invitandogli pasdaran dicendo che a tenersi fuori dalla politica. Qualche giorno fa inoltre il suo appello per la liberazione di Mir Hussein Mousavi è stato tagliato dalla televisione di Stato.
Per strappare gli ultimi voti, Raisi non è andato per il sottile: stanotte alla Torre Milad dovrebbe chiudere la sua campagna a Teheran il rapper Amir Tataloo. Un personaggio stravagante che ha girato videoclip a favore dell’esercito, finito nei ranghi conservatori nonostante la sua musica lo abbia portato più volte in prigione. Eppure il custode del santuario dell’Imam Reza, che non avrebbe permesso un suo concerto a Mashhad neanche sotto tortura, lo ha incontrato sorridendogli come a un figliol prodigo.
Nella capitale i sostenitori di Rohani hanno chiuso la campagna nel palazzetto coperto dello stadio Shiroudi. La star della manifestazione era Moshen Hashemi, il figlio di Rafsanjani che ha agitato l’ancora prestigioso vessillo famigliare. Uomini e donne mescolati sulle gradinate giuravano che il prete buono batterà il prete cattivo, pur sapendo che in economia il loro campione non ha brillato. Reza, 50 anni, un negozio di ferramenta a Teheran, ammetteva candidamente: «La politica economica del governo è criticabile, però Rohani ha riaperto l’Iran al mondo. Bisogna lasciarlo lavorare».
Al di là dell’economia, che è stato il tema principale delle elezioni, c’è tra i due campi una contrapposizione fondamentale, colta sinteticamente nel pronunciamento della famiglia dell’ayatollah Montazeri in favore di Rohani: «È la scelta tra due modi totalmente diversi di pensare e di comportarsi».
Nella sua casa nella parte vecchia di Teheran Nord, Emadeddin Baghi, uno dei più celebri e coraggiosi difensori dei diritti umani del Paese, rivoluzionario della prima ora finito in carcere tre volte sotto il regime islamico, non ha dubbi sulla vittoria di Rohani: «Ci sono diversi sondaggi fantasiosi in giro – dice – ma secondo i dati attendibili che mi arrivano, l’attuale presidente è decisamente in vantaggio. Sono contento, il Rohani di oggi è molto diverso da quello di ieri, ha portato un clima di rispetto distante anni luce dalla sopraffazione e dalla paura che hanno caratterizzato l’era di Ahmadinejad».