La Stampa, 18 maggio 2017
Dal Russiagate all’incubo impeachment
È il 14 giugno 2016 quando il Democratic National Committee annuncia di essere stato bersagliato da pirati della rete di provenienza russa. A questa data si fa risalire lo scoppio del Russia-gate.
Come nasce la vicenda?
«Un hacker di nome Guccifer 2.0 pubblica documenti del Dnc compromettenti per Hillary Clinton e, poco dopo, Wikileaks divulga circa 20 mila email che confermano le trame democratiche, per mettere fuori gioco Bernie Sanders. Il tutto avviene nel bel mezzo delle Convention. La presidente del Dnc, Debbie Wasserman Schultz, si dimette per salvare l’ex First Lady».
Cosa c’entra Trump?
«Si ipotizza che fedelissimi dell’entourage trumpiano abbiano legami col Cremlino, tanto da agevolare l’intervento dei pirati della rete russa. Il 17 agosto Trump nomina Kellyanne Conway come manager della sua campagna e Steve Bannon come Ceo, mettendo in panchina Paul Manafort, il più compromesso con la Russia. Lui si dimette».
Come cambia la campagna?
«Trump è alle prese con accuse di sessismo che sembrano metterlo fuori gioco, ma è Wikileaks a rilanciarlo, pubblicando una valanga d email compromettenti per la Clinton, rubate dalla posta del presidente della campagna John Podesta. Obama inveisce e il direttore dell’Intelligence Clapper parla di chiari legami con la Russia. Il New York Times annuncia l’inchiesta. L’ascesa del candidato repubblicano è però inarrestabile e l’8 novembre Trump viene eletto presidente. Il Parlamento russo lo applaude».
Qual è l’anello debole?
«Risulterà essere Michael Flynn, il generale nominato da Trump suo consigliere per la sicurezza nazionale. Emerge che il militare ha avuto contatti con i russi, in particolare con l’ambasciatore Kislyak, durante la campagna e immediatamente dopo la sua nomina, pur non avendone titolo in quanto il suo incarico alla Casa Bianca non è ancora esecutivo. Flynn si dimette a metà febbraio tra le ire del presidente, che inveisce contro media e fake news».
Come si arriva al licenziamento di Comey?
«Il 20 marzo il capo dell’Fbi conferma al Congresso che l’indagine su Flynn prosegue, mentre emergono nuove prove su Manafort e i suoi servigi al soldo del Cremlino. Il 9 maggio Comey viene silurato da Trump perché non in grado di gestire a dovere il caso Russia-gate. Trump spiega che a raccomandare il licenziamento è stato il vice ministro della Giustizia Rosenstein. Il 10 marzo Trump incontra Lavrov, il quale ironizza sul licenziamento».
Cosa accade?
«La commissione d’inchiesta parlamentare emette un mandato di comparizione a Flynn per consegnare tutta la documentazione in suo possesso. Secondo il New York Times, Trump aveva chiesto a Comey di chiudere l’inchiesta sul generale, come confermerebbero alcuni memo. Camera e Senato chiedono la consegna dei documenti entro il 24 maggio, compresi verbali della presunta conversazione con cui Trump avrebbe avanzato la sua richiesta. Comey è chiamato a testimoniare. Lo scopo è verificare cosa si sono detti, ed eventuali atti che configurano il reato di ostruzione della giustizia, per cui sarebbe possibile l’impeachment».
Come si configura la messa in stato di accusa?
«È promossa dalla Camera dei Rappresentanti, che deve votare a favore con la maggioranza semplice (218 su 435) indicando i capi d’accusa. Il ruolo di giudice spetta al Senato, con voto a maggioranza dei due terzi. Gli estremi per l’impeachment sono il tradimento, la corruzione o altri alti crimini e violazioni: ad esempio, l’ostruzione della giustizia (potrebbe essere il caso di Trump). Negli Usa solo due presidenti vi sono stati sottoposti ed entrambi sono stati assolti: il repubblicano Andrew Johnson (1868), e il democratico Bill Clinton (1998). Richard Nixon invece si dimise nel 1974, evitando così un sicuro impeachment proprio per ostruzione alla giustizia nel Watergate».