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 2017  maggio 17 Mercoledì calendario

Tre Regioni pagano la pensione a mezza Italia

Che il sistema previdenziale italiano fosse squilibrato non lo scopriamo oggi. Né scopriamo oggi che, soprattutto a livello territoriale, esistono parecchie distorsioni, specie sul fronte degli assegni di invalidità. Dopo gli incassi fiscali, il Nord batte il Sud anche sulle entrate contributive. Non solo, le tasse «settentrionali» servono a coprire la spesa pubblica «meridionale», ma anche sulle pensioni, Campania e Calabria (e non solo) sono «a carico» di Lombardia, Emilia Romagna e Veneto: da queste tre regioni arriva la metà dei contributi. 

I dati dell’ultimo studio di Itinerari previdenziali aprono uno squarcio su una situazione imbarazzante. Secondo il rapporto «la regionalizzazione del bilancio previdenziale» presentato ieri, oltre la metà delle prestazioni di invalidità civile viene erogata al Sud, mentre al Centro arriva il 18,5% di questi assegni Inps e al Nord poco meno del 30%. Lo squilibrio è evidente anche se si guarda un altro dato: al Nord è in pagamento una prestazione di invalidità ogni 100 abitanti mentre al Centro se ne paga una ogni 69,7 abitanti e al Sud una ogni 43. Il Sud assorbe da solo il 49,89% del deficit complessivo Inps, per un totale di 21 miliardi su 42,1 miliardi di disavanzo. 
È la regola dell’assistenzialismo meridionale, perfettamente rispettata. Nelle regioni del Nord, dove vive il 45,75% della popolazione, sono più numerose le pensioni di anzianità (in genere di importo più elevato dato che contano in media su 37 anni di contribuzione a fronte dei circa 22 medi per la vecchiaia) mentre al Sud, dove dominano carriere discontinue, sono più rare. Le pensioni di vecchiaia al Sud sono integrate al minimo nel 79% dei casi contro il 52% del Nord e il 57% del Centro. 
Ed è il Nord che anche sul piano previdenziale sostiene il Sud. Oppure, se preferite, i pensionati meridionali sono a carico di quelli settentrionali: le entrate contributive Inps (134,8 miliardi nel 2015) provengono per quasi due terzi dal Nord (85,6 miliardi) mentre solo il 16,44% arriva dal Sud (22,1 miliardi). Più nel dettaglio, il Nord versa pro capite 3.086 euro l’anno mentre il Centro versa 2.236 euro di contributi per abitante e il Sud solo 1.063 euro. Il Trentino-Alto Adige registra 106,6 euro di contributi versati a fronte di 100 euro di prestazioni, seguito dalla Lombardia (97 euro di contributi per 100 di prestazioni) e dal Veneto (95 euro di contributi ogni 100 di prestazioni pro capite). Su 42,1 miliardi di disavanzo tra entrate e uscite per le Pensioni si legge nel Rapporto il Sud ne assorbe circa la metà (21 miliardi) contro il 18,86% del Centro e il 31,25% del Nord. I trasferimenti più rilevanti medi per abitante sono quelli ricevuti dai liguri (1.591 euro annui) e dai piemontesi (1.283 euro l’anno) al Nord, dagli umbri al Centro (1.334 euro) e dai calabresi al Sud (1.350 euro). 
«Se il Sud continuasse ad assorbire tutti i residui fiscali delle regioni del Centro e del Nord, la situazione nazionale potrebbe diventare a breve insostenibile» ha sottolineato Alberto Brambilla, presidente del Centro studi e ricerche Itinerari previdenziali. L’auspicio di Brambilla è «che vengano presto varate politiche economiche che mirino, nell’arco di un decennio, a far sì che tutte le regioni italiane siano autosufficienti almeno al 75%, lasciando il finanziamento dell’altro quarto di spesa a un fondo di solidarietà nazionale. Se tutte le regioni centrassero quest’obiettivo, potremmo andare incontro a una sensibile diminuzione del debito pubblico, traguardo ancora più importante ora che la situazione di tassi zero, di cui l’Italia beneficia da tempo, sta per finire». 
Ma il problema della previdenza italiana non è solo lo squilibrio su base territoriale. I conti non reggono oggi e in prospettiva il quadro peggiora. Stando a una rielaborazione di Unimpresa sul Documento di economia e finanza approvato dal governo di Paolo Gentiloni lo scorso 11 aprile, aumenterà di oltre 26 miliardi di euro, nei prossimi quattro anni, la spesa per gli assegni pensionistici e crescerà di 8 miliardi anche la spesa per le prestazioni sociali. Il totale degli assegni pensionistici passerà dai 261 miliardi del 2016 ai 287 miliardi del 2020 (+10%); le prestazioni sociali passeranno da 76 miliardi a 84 miliardi (+11%). «L’aumento della spesa pensionistica ha osservato il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci dimostra che le riforme degli scorsi anni non hanno risolto i problemi delle nostre finanze pubbliche».