la Repubblica, 17 maggio 2017
Valdez, il reporter che sapeva troppo sui narcos di Sinaloa
Tutti, incontrandolo a Culiacán, gli abbiamo chiesto: «Javier, ma non hai paura?». Lui rispondeva: «Sì certo, ma la paura è quello che vogliono loro. I narcos vogliono che non usciamo di casa. Che non parliamo. Che non scriviamo nulla di loro. Così possono fare tutto quello che vogliono». E aggiungeva: «Fare il giornalista d’inchiesta in Messico è come essere su una lista nera. Sono loro che decidono il giorno che ti ammazzeranno, anche se hai la macchina blindata e la scorta. Se vogliono ammazzarti lo faranno. È quasi impossibile fare giornalismo in Messico, i proiettili fischiano troppo vicino». Javier Valdez Cárdenas, 50 anni, corrispondente de La Jornada e fondatore di Ríodoce, è stato assassinato a Culiacán lunedì. I sicari dei narcos gli hanno sparato addosso tredici proiettili mentre dalla sede della sua rivista tornava a casa in auto dalla sua famiglia. I killer erano incappucciati, lo hanno costretto a scendere dalla macchina, hanno sparato, e poi sono fuggiti con l’auto della vittima che hanno abbandonato poco dopo portando via il telefono cellulare e il computer di Valdez.
Javier Valdez è il sesto giornalista assassinato in Messico dall’inizio dell’anno. Una strage infinita e soprattutto senza colpevoli. Nel 2016 i giornalisti uccisi furono 11, uno ogni mese. Il suo ultimo libro, Narcoperiodismo, Javier Valdez l’aveva proprio dedicato al lavoro giornalistico in Messico. «Dove vivo – diceva – fare giornalismo significa camminare su una linea invisibile tracciata dai cattivi, che stanno nel narcotraffico ma anche nel governo, un terreno affilato e pieno di esplosivi. Così si vive in quasi tutto il Paese. Bisogna guardarsi da tutto e da tutti. Anche le redazioni sono infiltrate dai narcos. E sembra che non ci siano opzioni, né salvezza, né una istituzione che possa difenderti».
Valdez era la memoria storica del cartello di Sinaloa. Uno dei gruppi narcos più potenti e feroci del Messico, guidato fino a pochi mesi fa dal Chapo Guzmán, il super boss estradato negli Usa a gennaio e ora in carcere a New York. E a Culiacán era diventato negli anni un punto di riferimento essenziale per tutti i giornalisti, messicani e stranieri, che visitavano Sinaloa a caccia di storie sul Chapo Guzmán e il suo potentissimo cartello. “Una guida nell’inferno”, ha titolato ieri El País, ricordandolo come un martire del grande giornalismo d’inchiesta. Javier era un uomo dolcissimo che accoglieva tutti e, a tutti, raccontava le mille e una storia sulla nascita dei narcos. A volte anche meravigliato che quelle storie potessero interessare lontano da lì. Nonostante le minacce ricevute, Valdez non aveva mai voluto lasciare la sua città. Neppure nei momenti più drammatici delle guerre intestine tra i boss dei cartelli.
Tra i suoi libri, i più noti sono “Miss narco”, un’inchiesta del 2009 sul ruolo delle donne nei cartelli della criminalità organizzata e, l’anno scorso, “Orfani del narco”, che raccoglie storie di bambini e di vedove di persone scomparse o assassinate: imprenditori, poliziotti, giornalisti. Insieme alle inchieste sui retroscena dei rapporti fra criminalità e politica, la sua rivista raccontava anche vicende minime, come le storie dei ragazzi che lavoravano per i boss.