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 2017  maggio 17 Mercoledì calendario

La guerra delle spie

NEW YORK Incontinente con i russi. Ansioso di fare colpo su di loro. Un colabrodo di segreti. Forse perfino inconsapevole di svelare notizie riservatissime. È il ritratto di un leader allo sbando. Ma chi ha passato prima al Washington Post, poi ad altri giornali Usa, tutto ciò che Donald Trump ha raccontato al ministro degli Esteri russo la settimana scorsa? La guerra delle spie al presidente fa da sfondo al nuovo scandalo. Neppure il Commander-in-Chief degli Stati Uniti può permettersi di offendere i servizi segreti, svilire il lavoro dell’intelligence, decapitarne i vertici, e poi uscirne indenne. Trump è nel tritacarne di una vendetta. Non uno dei suoi errori passa inosservato, le “gole profonde” che lo attorniano alla Casa Bianca distillano rivelazioni velenose su ogni suo passo falso. Da ultimo James Comey, l’ex capo dell’Fbi licenziato la settimana scorsa, fa sapere al New York Times che il presidente gli chiese esplicitamente, già a febbraio, di insabbiare l’indagine sul Russia-gate. C’è odore di abuso di potere: l’Fbi non deve prendere direttive dall’esecutivo sulle sue inchieste.
“IL PRESIDENTE FA CIÒ CHE VUOLE” Dopo numerose versioni contraddittorie della Casa Bianca, stavolta lui si attesta sulla linea difensiva suggerita dal suo massimo consigliere per la sicurezza, il generale McMaster: poiché è il presidente l’autorità suprema nello stabilire cosa sia top secret (classified), nel momento in cui lui decide di rivelarlo smette di essere coperto dal segreto di Stato. Difesa debole perché contraddetta dallo stesso McMaster quando aggiunge che Trump “non sapeva di rivelare segreti” ai russi. Allora è un incompetente? Non ha prestato sufficiente attenzione ai dettagli nei briefing del National Security Council? Oppure l’intelligence gli passa informazioni riservate senza metterlo in guardia? Trasfor-mandolo in una mina vagante?
Sui media tornano le immagini di Trump in campagna elettorale che attacca Hillary dopo lo scandalo delle email. L’accusa dell’allora candidato repubblicano: usando per le sue comunicazioni da segretario di Stato un server personale, non protetto, la Clinton mise a repentaglio la sicurezza del paese. “Inadatta ad essere Commander-in-Chief”, ripeteva lui. Ora gli si ritorce contro. Con l’aggravante dei futili motivi? Dalle ricostruzioni dell’incontro-galeotto nello Studio Ovale, forse è solo la vanagloria ad aver spinto Trump. Nella ricostruzione della gola profonda che ha assistito all’incontro con Lavrov, l’incauta rivelazione ai russi nasce dal suo impulso irresistibile a vantarsi: con l’ospite lui si è auto-congratulato per la “qualità dell’intelligence che ricevo”.
“CACCIA ALLE GOLE PROFONDE”
Lui stesso capisce che è in atto la vendetta delle spie. Tra i suoi tweet di ieri c’è questo: “È dall’inizio della mia presidenza che ho chiesto a Comey ed altri di trovare i LEAKERS nella comunità dell’intelligence”. I leakers (maiuscolo- esclamativo) sono le fonti delle fughe di notizie. Ma prima di essere presidente, in campagna elettorale Trump sbeffeggiò più volte la Cia, l’Fbi ed altre agenzie di spionaggio per le loro indagini sul Russia-gate definendole delle bufale. Tirò fuori il precedente delle armi di distruzione di massa di Saddam, per screditare l’intelligence. Più di recente si lamentò che l’Fbi non andasse in cerca delle “prove” che Obama lo aveva fatto intercettare illegalmente. Un presidente che ha fatto di tutto per inimicarsi l’intelligence, sarà sempre circondato da nemici in casa, pronti a scatenare contro di lui rivelazioni, dossier, veleni. In questo caso la prima fonte dello scoop è qualche testimone diretto del dialogo Trump-Lavrov.
Prima ancora che trapelasse il contenuto di quel colloquio, il solo fatto di ricevere nello Studio Ovale i due russi era stato motivo di allarme. Dopo l’invasione dell’Ucraina e le sanzioni, Obama evitò simili gesti di riguardo. Trump li ha accolti calorosamente, 24 ore dopo aver cacciato Comey che indagava sul Russia-gate. L’ambasciatore Kislyak è la figura centrale della trama: per i suoi incontri con l’ex consigliere della sicurezza di Trump, il generale Michael Flynn, al centro di un’inchiesta parlamentare con risvolti penali. L’atmosfera di sospetto sui rapporti con i russi esaspera una parte dei repubblicani, oltre ad essere una macchia permanente sulla sua legittimità. E l’ultima rivelazione di Comey, sulle pressioni per insabbiare tutto, conferma che Trump ha paura di ciò che può raccontare Flynn, convocato dal Congresso per una testimonianza sotto giuramento.
I segreti sugli attentati che l’Isis stava preparando con l’uso di laptop sugli aerei, sono stati passati agli americani da un paese alleato. Fonti citate dal New York Times fanno risalire le informazioni a Israele. Duro colpo per un alleato strategico che Trump visiterà tra pochi giorni. Ma il “presidente che non tiene i segreti” preoccupa un arco ben più vasto di alleati. Nel mondo arabo Washington ha rapporti di collaborazione coi servizi segreti di Giordania, Arabia saudita, Egitto. Si allarmano anche i partner della Nato e l’alleanza consolidata delle cinque intelligence “anglofone” (Usa Inghilterra Canada Australia Nuova Zelanda). Da Bruxelles e Berlino arrivano le prime reazioni Ue e di paesi alleati, preannunciano più cautela in futuro prima di passare informazioni agli americani.