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 2017  maggio 17 Mercoledì calendario

Tom, medico mancato che demolisce il tempo e migliora pure in salita

MONTEFALCO «La tattica dei miei avversari? Non dovete sforzarvi molto per immaginarla. Oggi ho due minuti e mezzo di vantaggio. Altri due posso guadagnarli nella crono finale di Monza. In totale quasi cinque minuti di bonus a mio favore. Chi vuole battermi deve recuperarli nelle tappe con salite a ripetizione. Le ho sempre sofferte: lo so io, lo sanno anche Quintana, Pinot e gli altri. Che hanno un vantaggio in più: ho perso Kelderman nell’incidente del Blockhaus e dovrò difendermi da solo».
Tom Dumoulin è felice con moderazione, come nel suo carattere. «Miglior corsa in carriera? Non so, il prologo del Giro 2016 nella mia Olanda è stato bellissimo così come la crono del Tour dove ho battuto Froome». E minimizza perfino la superiorità schiacciante a cronometro: «Mi ha sorpreso di più quello che ho combinato sul Blockhaus». Dumoulin non ama il suo soprannome: Farfalla di Maastricht. «Preferirei qualcosa di più forte – spiega —, tipo Squalo di Messina o Condor della Colombia. L’idea del corridore sconosciuto che si trasforma in campione come il bruco in farfalla non mi fa impazzire. Ma i soprannomi te li danno, mica li puoi inventare tu».
Tom è un uomo in metamorfosi continua. A 19 anni, diplomato a pieni voti al liceo scientifico, voleva fare il medico. Ma lo bocciarono nel concorso d’ammissione. «A sorteggio – precisa lui – perché i titoli di merito li avevo ma i posti erano così pochi che li estrassero a sorte». A quel punto, deludendo i genitori (biologo e preside) che non pensavano che quello del ciclista fosse un lavoro serio, decise di accettare un contratto da dilettante: «Non ero particolarmente appassionato – spiega – ma a parte Medicina non mi piaceva nessun’altra facoltà, mentre mi ero entusiasmato a un arrivo dell’Amstel Gold Race. Tutta quella gente che applaudiva, il rumore degli elicotteri, la voce dello speaker che esaltava i vincitori».
Dumoulin passa professionista nel 2013, a 23 anni. Con il suo metro e 86, i suoi 72 chili e gambe da fenicottero è il prototipo del cronoman. E infatti contro il tempo, vola. Vince le crono di Giro, Tour e Vuelta, sale sul podio ai Mondiali, conquista l’argento olimpico a Rio. Davanti a lui solo mostri come Cancellara, Martin e Wiggins. E proprio a sir Wiggo s’ispira lo scorso inverno, quando decide di fare quel salto di qualità riuscito solo al baronetto londinese: trasformarsi in specialista di corse a tappe. «Nessuno stravolgimento – racconta —: ho solo perso tre chili (ora ne pesa 69, pare) e ho cominciato a frequentare l’altura, gareggiando meno e allenandomi di più. Ho scelto il Giro che nel 2016 avevo abbandonato per infortunio dopo aver vestito la maglia rosa. Vorrei completare qui il lavoro».
Finora la metamorfosi di Dumoulin è più sorprendente di quella di Wiggins, che nella (per lui traumatica) ibridazione non raggiunse mai il top come «grimpeur» e vinse il Tour perché trascinato da Froome sull’ultima montagna. Tom, invece, è migliorato in salita – tanto da sfiorare Quintana – senza intaccare la forza a crono. «Chi vuole batterlo – afferma convinto il commissario tecnico azzurro Cassani – deve attaccarlo senza tregua in tappe come quella di Bormio, con Mortirolo e doppio Stelvio, o due giorni dopo tra Pordoi e Gardena. In passato è sempre crollato, ma a 27 anni forse è maturo per farcela».
La Farfalla, insomma, potrebbe essere diventata Aquila e volare alta e sicura sulle Dolomiti.