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 2017  maggio 17 Mercoledì calendario

Perché i robot giapponesi non sanno fare il sushi

Attorno al mercato del pesce Tsukiji a Tokyo (per chi passa di qui è d’obbligo svegliarsi all’alba per assistere al rituale del taglio del tonno) per una cifra compresa tra i mille e i tremila yen (corrispondenti a una cifra che va dagli 8 ai 24 euro) potrete mangiare del sushi mai visto. C’è un’unica condizione da rispettare, almeno se volete sedervi nei ristorantini interni al mercato e non farvi intercettare da quelli più turistici nella zona limitrofa: dovrete portarvi del contante. Banconote cartacee, una tecnologia nata in Cina 1.200 anni fa (la prima banconota della storia pare che sia stata la Jiaozi della dinastia Song). «I giapponesi non amano le carte di credito» mi spiega una ragazza locale mentre sono in fila per l’ordinazione. Il mercato Tsukiji occupa migliaia di persone – è il più grande al mondo – e qui l’assedio dei robot sembra ancora piuttosto lontano. Nei locali vicini i famosi coltelli giapponesi vengono ancora lavorati a mano (il loro prezzo può toccare anche i 20 mila yen l’uno, equivalenti a 160 euro). Trovo difficile pensare a un robot che tagli il tonno o che prepari il sushi in un’area che ancora funziona con il denaro circolante e i rituali. Il Giappone usa anche le più moderne tecnologie, senza dubbio: sul Japan Times il manager Yukio Nagai, dell’Odd Hotel, racconta che ha bisogno di soli due o tre esseri umani da quando ha «assunto» 140 differenti robot. Ma questo è marketing. Il Giappone per molti versi è simile all’Italia dal punto di vista socio-economico: il 90 per cento delle aziende è rappresentato da medio-piccole realtà e la popolazione sta invecchiando. Così gli imprenditori acquistano robot-operai come nella fabbrica Glory Ltd in Kazo perché è sempre più complesso trovare operai specializzati umani. Girando per il Giappone ciò che colpisce rispetto all’immagine di un Paese tra i più avanzati al mondo è perlopiù una diffusa tecnologia vintage fatta di pos per i pagamenti grossi come pacchi di pasta e telefonini anni Novanta. Forse al mancato ricambio tecnologico ha contribuito la lunga e decennale stagflazione che aleggia sul Giappone del premier Shinzo Abe. Scarsa crescita e prezzi bassi sono, dal punto di vista economico, la coltura ideale per il rinvio dei consumi. Il che ci ricorda almeno una cosa: la tecnologia può andare avanti a tutta velocità. Ma sarà il contesto socio-economico ha influenzarne la diffusione. Forse può essere questa la lezione del Giappone al mondo occidentale tecno-ottimista.