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 2017  maggio 17 Mercoledì calendario

L’epoca dell’atomica non è ancora finita

Può essere Internet la forza che sta per risvegliare il mostro che credevamo di aver addomesticato? Il confronto teatrale tra gli Stati Uniti e la Corea del Nord, e i rinnovi traballanti tra Donald Trump e l’Iran per la non proliferazione nucleare, oltre a quello di ulteriore riduzione degli arsenali con la Russia (che scade nel 2021), sembrano farci tornare ad un’epoca che avevamo dato per finita. Una minaccia nuova sta però crescendo in un contesto nel quale le tecnologie sottraggono agli Stati molte delle loro prerogative storiche, inclusa quella di detenere il monopolio della costruzione ed utilizzazione di armi di distruzione di massa.
In che misura, allora, una tecnologia la cui caratteristica è quella di distribuire ovunque l’informazione che era controllata dalle istituzioni di un ordine globale logoro, aumenta la possibilità che nel confronto faccia irruzione una delle multinazionali del terrore che hanno già dichiarato guerre mondiali di tipo diverso da quelle che nel ventesimo secolo produssero la logica della distruzione reciproca?
In effetti, l’epoca dell’atomica non è mai completamente finita.
Negli anni ottanta con i trattati con i quali Reagan e Gorbaciov chiusero la guerra fredda, si prese atto che la corsa all’atomica aveva, già, fatto vittime importanti. Solo agli Stati Uniti, il nucleare per uso militare era costato 9.000 miliardi di dollari dall’inizio del progetto Manhattan nel 1942; più altri mille per smaltire l’80% delle bombe e dei missili balistici di cui si decise l’eliminazione, riconoscendo la ridondanza di un arsenale capace di distruggere il nemico per centinaia di volte. Diecimila miliardi: una cifra di poco inferiore all’intero debito pubblico che è, oggi, uno dei fardelli che impediscono di resuscitare il sogno americano e che portò alla bancarotta l’Unione Sovietica costretta a inseguire. Per qualunque Paese (ci provò anche l’Iraq di Saddam e la Libia di Gheddafi) si imbarchi nell’avventura atomica, elevata è la probabilità di esserne sconfitto sul piano economico, prima di poter contemplare l’ebbrezza di premere il grilletto. Non tanto per mancanza di conoscenza su come si assembla un ordigno (già a metà degli anni sessanta il Pentagono dimostrò che per riuscirvi basta un buon dottorato in Fisica senza informazioni classificate), ma per la difficoltà di reperire uranio o plutonio e arricchirlo per renderlo adatto alla scissione.
La rete sta facendo traballare proprio quest’ultima certezza, infilandosi nelle contraddizioni di accordi costruiti su reciproche convenienze. I trattati provavano, infatti, ad impedire l’aumento del numero di Stati che posseggono l’atomica, promuovendo, in cambio, l’utilizzo dell’atomo per scopi civili: è come se avessimo provato ad incatenare il mostro lasciato nella caverna di un mondo lanciato verso la globalizzazione, promettendo di allevarne una sua più benevola creatura.
Il grosso problema è, come ricordava l’ex direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (Aiea) El Baradei, il confine incerto tra i processi necessari per rendere gli atomi in grado di illuminare le città e quelli indispensabili per innescare reazioni in grado di distruggerle. L’avanzamento della ricerca e, soprattutto, la sua circolazione rende tale confine più instabile.
Sono oggi, secondo l’Aiea, quaranta i Paesi che sono potenze nucleari virtuali ed è probabile che organizzazioni private capaci di mobilitare più risorse di buona parte degli Stati e, soprattutto, di spostarsi tra Nazioni diverse reperendovi ciò che serve, riescano ad assemblare il prodotto finale. Del resto per piegare democrazie avanzate e vulnerabili, bastano pochi ordigni piccoli e sporchi.
La stessa tecnologia che rende più semplice allestire una bomba, rende, tuttavia, possibile il monitoraggio sistematico del pianeta per prevenire il disastro: il problema è, però, che basta un piccolo errore per scatenare l’inferno e che, oggi, c’è semplicemente troppo potenziale latente.
La strada rimane quella della riduzione drastica del numero di testate e dell’utilizzazione per scopi civili di una forza che, comunque, ipoteca il futuro che consegniamo ai nostri figli: in maniera da conservare il deterrente minimo per continuare a ritenere inconcepibile una nuova guerra mondiale ed evitarne pericolosi effetti collaterali.
La formula che stabilisce l’equivalenza tra energia e massa, dice che basta trasformare una piccolissima quantità di materia per ottenere un’enorme quantità di energia.
Fu per questo motivo che Albert Einstein e Bertrand Russell, due uomini che definirono l’idea stessa di Occidente, conclusero, nel 1955, l’appello a fermare la follia atomica, chiedendoci di «ricordare la nostra umanità e di dimenticare tutto il resto»: è il buon senso e la voglia di sopravvivere come specie – il prodotto più avanzato della ragione – ciò che ci serve per governare rivoluzioni di cui stiamo perdendo il controllo.