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 2017  maggio 17 Mercoledì calendario

Tra il popolo del religioso Raisi: «Basta umiliazioni, via Rohani»

«Ora che i conservatori sono uniti, abbiamo soltanto due giorni per vincere», dice uno speaker sul palco del salone della Mosalla, la nuova ciclopica moschea di Teheran che ambisce (quando sarà terminata) a essere la più grande del mondo. Ecco l’altra metà del Paese. L’area per la preghiera straborda di uomini scalzi accovacciati e in piedi.
Una fiumana di chador si accumula nel gineceo di sopra, uomini e donne rigidamente separati. Nel caldo irrespirabile, giovani barbuti distribuiscono bottigliette di acqua minerale. Slogan si accendono e si spengono, il più urlato fa: «Dopo venerdì, Rohani non sei più qui».
L’agenzia conservatrice «Tasnim» dirà in serata che c’erano 300 mila persone. Tutti ad aspettare il candidato conservatore Ebraim Raisi accompagnato dal sindaco di Teheran Ghalibaf che ha rinunciato alla corsa spianandogli la strada verso la candidatura unica del fronte tradizionalista.
Raisi, 56 anni, un passato nelle alte cariche della magistratura, è presidente di una delle più ricche fondazioni religiose, presso il santuario dell’Imam Reza a Mashhad, una nomina fatta direttamente dalla Guida suprema. Il suo messaggio mescola conservatorismo religioso e retorica rivoluzionaria. Governo del clero per difendere i «mostazafin» dai «mostakberin», gli oppressi dagli oppressori, come si diceva ai tempi di Khomeini.
Esmail, 22 anni, studia giurisprudenza, regge una rosa rossa che si sta afflosciando. Capelli corti, niente barba. «Raisi vincerà – grida nel frastuono – con Rohani è aumentata la disoccupazione, la gente è sempre più povera per colpa sua. Ha sbagliato a fidarsi degli americani». Nei quattro anni dell’attuale presidenza la disoccupazione è passata dal 10,5 a oltre il 12 per cento, alcune fabbriche hanno chiuso, altre hanno smesso di pagare i dipendenti. Tuttavia, l’inflazione che ai tempi d’oro di Ahmadinejad era al 40 per cento è scesa al 9 mentre il Fondo monetario (Fmi) prevede per quest’anno una crescita del Pil del 3,3 per cento. La psiche altamente infiammabile degli iraniani avrebbe forse preferito un uovo oggi a una ipotetica gallina domani, anche perché l’accordo nucleare ha prodotto attese irrealistiche, visto le molte sanzioni ancora in vigore. Paradossalmente, l’uovo oggi era proprio la filosofia di Ahmadinejad a cui Rohani ha cercato di porre rimedio anche se i risultati non hanno ancora raggiunto le fasce più sofferenti.
Per parlare con una donna bisogna nuotare come un salmone contro la corrente della folla e raggiungere l’ingresso dove i percorsi dei sessi si dividono. Leila, 39 anni, di Teheran, lavora in una casa editrice. «L’emergenza è l’economia – dice anche lei – i giovani sono senza lavoro. Rohani non ha fatto niente». In un sondaggio del mese scorso il 42 per cento degli intervistati pensava come lei che l’occupazione fosse il problema cruciale. «E poi la giustizia», aggiunge così, perdendosi nella corrente dei mantelli neri su per le scale.
Reza sta entrando, è giovanissimo. «Ho 18 anni», sbotta. Jeans e maglietta nera, studente. Vota per la prima volta. «Bisogna raddrizzare l’economia, solo Raisi può farlo», declama con le parole di qualcun altro. Poi, un affondo: «La società deve tornare alla moralità, le ragazze farebbero meglio a coprirsi di più». Soddisfatto del suo rigorismo, sparisce nella calca.
L’urlo della folla annuncia l’arrivo di Raisi e Ghalibaf. Il candidato con il turbante nero solleva il braccio del sindaco che gli ha ceduto il passo nella corsa elettorale e l’altro, vestito di bianco, gli cinge al collo una sciarpa verde. Un boato fa quasi venir giù il soffitto. «Dicono – arringa dal palco Raisi – che se vinciamo noi non sapremo confrontarci con il mondo. È una bugia, lo faremo ma con onore e rispetto». Non è un grande oratore ma ora gioca in casa.
L’onore è un altro nervo scoperto del popolo conservatore. Per molti l’accordo nucleare ha umiliato l’orgoglio nazionale, perché non c’è stata parità tra le parti. Ruhollah, 55 anni, muratore del Sud di Teheran è più radicale del suo leader: «Se vinciamo noi cancelliamo l’intesa con l’America», dice asciugandosi il sudore dalla fronte con il fazzoletto. Ieri a Masalla, erano tutti convinti di potercela fare.