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 2017  maggio 16 Martedì calendario

Ennio Morricone: «Temevo di restare disoccupato a vita»

Il cuore di Roma, dove ha abitato per 35 anni accanto al Campidoglio, è lontano nella sua nuova casa guardata a vista dal fungo dell’Eur. Per un trasteverino come Ennio Morricone non è un salto da poco. Tanto più che, nella sua vita, di salti non ne ha mai fatti, neanche in musica. «La mia professione si è sviluppata molto lentamente» osserva, offrendo un delizioso croccantino di mandorle siciliano. E ricorda: «Ho cominciato a scrivere a 15 anni e poi, mentre studiavo ancora composizione con Goffredo Petrassi facevo arrangiamenti per Renato Rascel e Domenico Modugno». Il Maestro si riferisce a Enrico 61 di Garinei & Giovannini e a Apocalisse, un’anomala canzone del Mimmo nazionale per la quale inventò un altrettanto anomalo arrangiamento per quattro pianoforti, sei corni, cinque trombe, quattro tromboni, una tuba e varie percussioni. 
LE PAURE«La mia vita – confessa – è stata segnata dalla paura di restare senza lavoro, anche se non ho mai avuto bisogno di cercarlo. Ma, fino a venti anni fa, ero preoccupato del rischio di non portare soldi a casa». Ai primi arrangiamenti seguirono il lavoro per l’orchestra di Gorni Kramer, per Lelio Luttazzi e per la radio. La Rai a un certo punto lo assunse, ma non fece nemmeno in tempo ad accorgersene: l’impiego durò un giorno soltanto (Morricone scoprì che, da dipendente, le sue musiche non avrebbero potuto essere trasmesse). 
Carattere esigente, il Maestro non è tipo da mediazioni, anche se nella sua vita non si è tirato indietro. Ma con prudenza: «Ho smesso di scrivere per la radio e la tv quando sono stato sicuro che comunque avrei lavorato», ricorda di quando entrò alla Rca, la gran fabbrica di musica popolare nazionale: «Ero contento, prendevo 20 mila lire a canzone più le royalties sulle vendite. Andai anche a Sanremo per accompagnare Paul Anka che cantava Ogni volta. Quel disco vendette un milione e mezzo di copie, ma mi fece decidere di lasciare quel lavoro. Il fatto è che il direttore generale Ennio Melis e lui mi chiedeva di ascoltare i dischi che arrivavano dall’America e di puntare su arrangiamenti come quelli, con le ritmiche molto spinte. Io, invece, amavo fare arrangiamenti italiani. Me ne sono andato e ho cominciato il lavoro nel cinema». Il debutto era già venuto da qualche anno: «La prima esperienza fu con Il federale di Luciano Salce, dove Tognazzi debuttava in un ruolo drammatico». Nel 64, l’anno dell’addio alla Rca, Morricone firmò nove colonne sonore (fra cui Per un pugno di dollari), l’anno successivo arrivò a 13, nel 72 addirittura a 25. Una vera e propria fabbrica di musica: «E si faceva tutto in fretta. Il regista arrivava dopo il montaggio e ti dava 15 giorni per scrivere. E c’è sempre da verificare il risultato quando fai l’orchestrazione, perché un conto e fare ascoltare il tema al piano, che io suono malissimo, un conto è far sentire l’arrangiamento. Tornatore, a volte, mi ha bocciato dei pezzi. Conoscendolo sono ricorso a un trucco, quello di scrivere due versioni diverse. Una prima difficilissima dove rischio, l’altra più semplice, su cui puntualmente cade la scelta». Scrivendo per il cinema, Morricone ha scoperto che quello era il modo per avvicinarsi il più possibile al suo obiettivo: «La mia idea è stata sempre quella di fare musica assoluta. Avevo studiato con Petrassi per quello, ma certo non si guadagnava nulla. Allora, ho alternato le due cose. Ho fatto almeno 100 composizioni di musica assoluta, ma quando scrivevo per dei quartetti o per dei sestetti avevo bisogno di prendere una pausa dal lavoro di scrittura per il cinema. Oggi per fortuna le due linee musicali si sono molto avvicinate. E sono convinto che questo sia stato questo il mio contributo al cinema».
Ora l’ottantottenne Maestro celebra i suoi 60 anni di carriera piena di riconoscimenti e che conta anche su una singolare infatuazione da parte del mondo del rock che certo non è il suo mondo: ma da Springsteen agli U2, dai Metallica ai Green day gli omaggi sono questione abituale. «Credo di aver capito il perché – concede -. Perché se io complico le mie orchestrazioni, gli accordi che uso sono semplici, solo tre suoni, quelli che si possono fare con semplicità alla chitarra». 
Il tour delle celebrazioni farà due tappe italiane: il 7 luglio a Roma al Foro Italico (i proventi andranno al Campus Biomedico per sostenere la ricerca sulle cellule staminali) e il 30 agosto all’Arena di Verona. Il programma «avrà pezzi nuovi che voglio far conoscere» dice e alcune medley: «Il concerto comincerà con due colpi forti e secchi di gran cassaper richiamare l’attenzione del pubblico. Poi si comincia con Gli intoccabili, Il tema di Deborah e C’era una volta in America, uniti in un’unica suite». A seguire altre fantasie fra cui una medley dedicata alle musiche per Sergio Leone (il suo ex compagno di classe alle elementari), un’altra alla Battaglia di Algeri, Sacco e Vanzetti (con la grande voce di Dulce Pontes), il tema geniale di Indagine su un cittadino e Sostiene Pereira. Chiusura con The Mission. «Per anni ho diretto solo in studio alla presenza del fonico, ora mi piace vedere la reazione del pubblico dal vivo. E oltretutto mi pagano anche» sorride Morricone.